Agosto, mese di viaggi organizzati da e per il Bel paese. Forzati, terribilmente scomodi e talvolta letali per alcuni; piacevolmente volontari e spensierati per altri. Si calcola che nel 2018 saranno circa 30-40mila le persone che, in fuga dall’inferno libico, riusciranno a sbarcare nel nostro Paese dopo aver superato il più grande cimitero europeo denominato Mediterraneo. Uomini, donne e bambini senza via di uscita, obbligati alla fuga da guerre e carestie e costretti a lasciare tutto e cercare fortuna altrove. Dietro la morte da gettare alle spalle, davanti una flebile speranza da afferrare al volo.

Nello stesso periodo, se il trend resterà immutato rispetto agli anni precedenti, saranno almeno 80mila gli italiani che si metteranno in viaggio per fare sesso con un minore di un Paese povero o in via di sviluppo. Per ogni persona che da un Paese povero e in guerra cercherà rifugio in Italia raggiungendola con un’imbarcazione, ci saranno due nostri concittadini che, in un movimento opposto e contrario, si recheranno in alcuni di questi stessi Paesi per fare del turismo sessuale minorile. Italiani, brava gente! Una pratica in Italia particolarmente diffusa, visto che il nostro Paese gode di un triste primato: è tra i primi sei Paesi, insieme a Francia, Germania, Regno Unito, Cina e Giappone, da cui partono ogni anni i clienti dei minori costretti a prostituirsi. Anche il giro di affari si mostra imponente, secondo solo al traffico della droga e delle armi.

Uno studio di Ecpat Italia, contenuto nel Global study di Ecpat Internatonal (End child prositution in asian tourism) e frutto di due anni di ricerca condotta sul campo tra il 2015 e il 2016, ha stimato che i turisti sessuali italiani siano circa 80 mila, la quasi totalità uomini. La loro età è compresa tra i 20 e i 40 anni, con un’età media che non supera i 27 anni. I Paesi maggiormente visitati sono quelli in cui povertà e corruzione facilitano la pratica. Le mete più gettonate sono infatti il Brasile, la Repubblica Dominicana, la Colombia, la Thailandia e la Cambogia. Certe aree geografiche risultano così battute dai nostri concittadini che, come testimonia la presidente di Mete Onlus: “In alcune strade dell’Africa non è difficile trovare sulla strada cartelli che intimano di non toccare i bambini, scritti in italiano”.

Il turismo sessuale nostrano, che colpisce giovani e bambini, non disdegna puntate in Africa e nell’Est europeo. Ogni anno sono invece circa 8mila le donne italiane che si muovono alla ricerca di sesso a pagamento con minori. Al contrario degli uomini – che preferiscono rapporti sessuali con bambini sotto i 14 anni – loro privilegiano adolescenti kenyoti o caraibici. I turisti pedofili rappresentano, tra quanti cercando di fare sesso con minori a pagamento, una fetta stimata intorno al 5%, abituali il 35%, occasionali il 65%. Con loro l’età delle giovani “prede” scende sotto i 12 anni.

Bambini trattati come oggetto sessuale ma anche commerciale. Italiani, nostri concittadini, che all’estero tolgono i panni del vicino di casa, dell’imprenditore, dell’operaio, dell’insegnante, del dirigente per vestire quelli degli stupratori, che colpiscono drammaticamente e indelebilmente il corpo e la psiche di bambine e bambini, che li sfruttano in quanto figli della povertà, che approfittano di un sistema che tollera sfacciatamente questa forma di schiavitù minorile denominandola come strumento di evasione e legittimo svago.

Il turismo sessuale minorile altro non è che una delle peggiori forme di un colonialismo mai tramontato. Facile respingere una nave con a bordo quanti si muovono per sfuggire a una morte certa. Altrettanto facile far finta di nulla davanti all’esercito di uomini e donne, spesso padri e madri di famiglia, che soddisfa con piaceri proibiti la propria voglia di svago con una banconota di poco valore. Tutti italianissimi, brave persone dall’insospettabile morale. Probabilmente mescolati a quanti, sui social e nei comizi elettorali, pretendono frontiere sicure e porti chiusi.