Kajin in curdo significa dov’è la vita. Kajin è anche il nome di una splendida bambina nata nel campo profughi di Idomeni. Una luce nel buio nelle tende di fortuna in cui si sono rifugiati i suoi genitori scappati dalla Siria e dalla guerra. A Kajin è intitolato il libro dell’attivista Enzo Infantino e di Tania Paolino. Un diario interiore, un racconto di vite reali, di sofferenza, di persone distrutte dal dolore, un testo che è denuncia politica e richiamo alla responsabilità ma, soprattutto, è racconto e testimonianza di storie, di sentimenti, di speranza, di umanità. Una umanità che lega la Calabria, terra di emigrati e contadini, alla Grecia in questo caso, al vero senso dell’accoglienza e della solidarietà. Grazie al lavoro come volontario del calabrese Enzo Infantino, infatti, Kajin adesso si trova in Francia insieme al suo papà Mosa, alla sua mamma e ai suoi due fratelli, nati in altrettanti campi profughi. Una storia di coraggio e di speranza la loro, che si incrocia con la solidarietà e la forza dell’attivista calabrese che ha mantenuto la promessa, seguendo passo passo questa famiglia e tante altre conosciute durante i suoi viaggi.

Ho incontrato Mosa a Palmi insieme a quella che lui definisce la sua nuova famiglia: il sindaco francese di Montlieu la Garde, Nicolas Morassutti e a Marie Boultez.

In foto il sindaco francese Nicolas Morassutti, Mosa, il sindaco di Riace Mimmo Lucano, Enzo Infantino e Marie Boultez

Ogni giorno Mosa si sveglia pensando al suo paese, ad Aleppo, alla Siria prima della guerra e ai suoi genitori che si trovano ad Afrir in condizioni assai precarie, a causa di quella guerra che sembra invisibile agli occhi del resto del mondo, costretti a cedere ai quotidiani ricatti dei terroristi. Costretti a uscire con il volto coperto, costretti a vivere in una casa in cui è stato portato via tutto, “devono nascondere ogni cosa – dice Mosa – se hanno qualche oggetto vengono derubati. Laggiù non sanno che hanno un figlio che ha raggiunto l’Europa, altrimenti verrebbero rapiti e mi verrebbe chiesto un riscatto altissimo. Ogni giorno i terroristi raccolgono i pochi spiccioli che hanno, un euro, due euro. Si prendono tutto, ogni cosa, la tua stessa vita. Tante volte sono stato tentato: ho salvato la mia famiglia portandola lontano. E io vorrei tornare a prendere anche i miei genitori, sento il peso della loro sofferenza e ogni giorno ho paura che gli accada qualcosa di orribile. Dopo tanto peregrinare, dopo essere partito senza avere una meta precisa ed essere arrivato fino in Francia grazie a Enzo che mi ha concretamente aiutato, adesso vorrei tornare in Siria a riprendere loro ma non posso e mio padre è stato il primo a dirmi di non voltarmi indietro. So che la situazione si è complicata negli ultimi anni anche dal punto di vista economico. Le richieste dei trafficanti di uomini arrivano a cifre incredibili, anche 9mila euro a persona”.

Mosa è un uomo, ora brizzolato “dopo l’esperienza dei campi profughi” dice lui sorridendo, che prima svolgeva una vita normale, era felice. Fino a quando la guerra non gli ha portato via tutto, in qualche giornata più dura anche la speranza. Sorride mentre parla dei suoi figli, gli occhi brillano di gioia, e si incupisce quando pensa a come sia stato duro doversi abituare a sentire sulla sua pelle il peso della parola profugo. “Perché?” E’ scappato solo alla morte e dall’odio che distrugge ogni cosa. Al ministro Matteo Salvini vorrebbe dire che “chiudere le frontiere e i porti non è un problema, siete liberi di decidere chi far entrare nel vostro Paese. Ma perché non chiudere le frontiere anche ai terroristi?”, chiede. Il suo sogno è poter tornare in Siria e far guardare a sua figlia il cielo che lui vede ogni mattina quando pensa alla sua famiglia.

Il sindaco francese che guida un comune di circa 1300 abitanti, sa che non è facile gestire l’emergenza ma dei modelli si possono sperimentare, anche in maniera impopolare, come ha fatto lui. “In Francia è il governo a chiederci di ospitare i migranti, ai sindaci non è permesso rifiutare. Ci viene chiesto di accoglierli ed aiutarli nella vita di tutti i giorni, insegnando loro il francese, spiegando dove si trovano i servizi essenziali. Quando il governo mi ha chiesto se fosse stato un problema per me ospitare dei rifugiati, io ho detto di no. Credo sia importante che tutto ciò si sappia, e ritengo sia superfluo stare a discutere del fatto che i rifugiati sono buoni, cattivi. Il problema è che non è giusto non accogliere ed ospitare persone che hanno bisogno di aiuto. Viviamo in Paesi sicuri, abbiamo soldi anche se non molti, ma abbiamo la possibilità di ricevere persone. È questo ciò che facciamo a Montlieu con chiunque arrivi. Sono sicuro del fatto che Mosa sia arrivato per aiutare la nostra comunità e noi vogliamo rendere migliore la sua vita”. Per Morassut se tutta l’Europa si facesse equamente carico della questione migranti si potrebbe sperimentare un modello di accoglienza che non fa paura alla persone. È importante “non creare ghetti, sviluppare una politica di accoglienza vera, ognuno può fare un po’ la sua parte”.