Linda Maisto e Francesco Pastore

Negli ultimi 20 anni, è venuto meno un datore di lavoro importante che in passato aveva dato speranza a molti giovani, anche laureati, soprattutto con alcuni tipi di laurea, come Giurisprudenza, Scienze Politiche e Lettere, che altrimenti sono meno richiesti sul mercato del lavoro delle aziende private. Secondo una statistica che amiamo citare, nei primi anni Novanta, ogni anno il settore pubblico assumeva circa 30 giovani su cento.

A partire già dai primi anni 2000, i giovani che sono assunti nel pubblico sono scesi a 7-8 in media. Mancano 23 giovani all’appello che frattanto sono andati ad affollare le fila della precarietà, della disoccupazione o, per i più dotati di spirito di iniziativa, delle professioni libere, facendo cadere gli onorari di molti professionisti a livelli più bassi di quelli di un operaio. Molti diventano manodopera a buon mercato per i call center. Così facendo, però, non riescono ad accumulare competenze lavorative specifiche, restando così per sempre outsider. Il problema è più marcato nel Mezzogiorno, dove le imprese private sono di meno e sono marginali, cioè operano in settori a forte competitività di prezzo. Queste ultime, più attente ai costi, vogliono pagare di meno e assumere in modo precario o informale.

Le ragioni per cui da anni il datore di lavoro pubblico ha tirato i remi in barca sono note a tutti. Il debito pubblico è enorme e risalente. Gli accordi europei hanno frenato non solo il governo centrale, ma anche quelli locali, imponendo tre tipi principali di vincoli:
a) La possibilità di assumere solo il 20% di coloro che escono dal settore pubblico. L’ex ministro Marianna Madia ha portato questa percentuale al 40% di recente e solo a partire dal 2020 i vincoli al turnover saranno rimossi;
b) Il Patto di stabilità e crescita imponeva un vincolo del 3% al deficit pubblico, portato in seguito dal Fiscal Compact all’1% o meno. Un Piano di stabilità e crescita locale impone analoghi vincoli alla spesa delle regioni e degli enti locali;
c) I piani di rientro dal debito di diverse amministrazioni pubbliche locali – Asl e settore sanitario di molte regioni meridionali a esempio – impediscono già da anni a molte Asl del Mezzogiorno di assumere.

Le conseguenze sono drammatiche poiché diverse amministrazioni hanno ormai una tale carenza di personale altamente specializzato da non essere in grado di garantire ai cittadini di importanti città meridionali diritti costituzionalmente garantiti, come la salute. Si parla di cliniche delle principali Asl campane nelle quali sono già mancanti medici specialisti e lo saranno sempre di più, visto che il blocco totale delle assunzioni continuerà per diversi anni. Torna ad aumentare il numero dei cittadini del sud che vanno negli ospedali del nord per farsi curare.

La pubblica amministrazione stenta a modernizzarsi con gravi rallentamenti dei processi di informatizzazione e digitalizzazione che creano ostacoli importanti alla competitività del settore privato. Molte riforme mancano delle risorse necessarie per poter essere realizzate e restano solo sulla carta. Il decreto 150/2015, ad esempio, quello che doveva riformare i centri per l’impiego e realizzare le politiche attive del lavoro resta inattuato. L’Alternanza scuola lavoro, una vera e propria rivoluzione del nostro sistema d’istruzione, è stata realizzata a costo zero.

Come è stato spiegato bene sul fattoquotidiano.it, questo rischia di bloccare anche il reddito di cittadinanza. Come se ne esce? Crediamo che con il suo Piano Lavoro della Campania, in dirittura d’arrivo in questi giorni da parte della giunta regionale, il governatore, Vincenzo De Luca, abbia avuto il merito di porre al centro del dibattito non solo regionale, ma nazionale, un tema importante. Il piano consiste nella programmazione di diverse decine di migliaia di assunzioni per tutti gli enti pubblici: regione, province, comuni, Asl secondo il fabbisogno da loro dichiarato. Per ridurre i costi di selezione del personale, la Regione incaricherà un ente di selezionare un certo numero di candidati, di formarli per un paio d’anni, mentre già percepiranno una borsa di circa 1000 euro mensili, e renderle disponibili per la chiamata degli enti che ne faranno richiesta.

Come trovare le risorse? In parte, il piano si autofinanzierà con il pensionamento, sempre più vicino di un largo numero di dipendenti pubblici. Inoltre, ci si aspetta che un rinnovamento della pubblica amministrazione dovuto anche all’aumento del capitale umano del personale contribuisca a rilanciare la crescita anche del settore privato, garantendo nuove risorse anche al settore pubblico. Altri fondi verranno da una riqualificazione ulteriore della spesa. Naturalmente, il Piano Lavoro non eliminerà il bisogno di lavoro nella regione, poiché tale bisogno è più ampio di quello che il settore pubblico può garantire, ma anche la crescita del settore privato sarà favorita dal rinnovamento della Pa.

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