Si chiama Risparmio netto rettificato (Rnr) ed è la misura scelta dalla Banca mondiale per misurare con oggettività l’economia. Un indice preferito a sorpassati indicatori come il Pil perché considera anche l’esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili e l’inquinamento. Il principio è semplice: affinché un’economia possa dirsi sostenibile, l’Rnr deve crescere o rimanere quantomeno costante. Ecco perché quest’indice è la chiave per leggere l’ultima relazione della Banca mondiale, intitolata Evoluzione della ricchezza delle Nazioni 2018, che racconta le grandi malattie del pianeta di cui vediamo solo piccoli sintomi. Li chiamiamo “migranti”.

Parliamo di malattie croniche: dal 1990 al 2015, l’Africa subsahariana ha perso più o meno 100 miliardi di Rnr l’anno e “l’esaurimento delle risorse naturali è certamente uno dei fattori determinanti”. È la prova, l’ennesima, che le “politiche di sviluppo” per l’Africa, concessione delle risorse per attrarre investimenti stranieri, sono state un controproducente fallimento. Perché il denaro occidentale arriva – meno, molto meno di quello che dovrebbe – ma mai a beneficio di popolazioni che scavano nella povertà.

Qualche esempio: nel 2014 Anil Agarwal, presidente dell’azienda mineraria britannica Vedanta, ha ammesso – ridendo – di aver acquistato, attraverso la divisione Kcm, la maggiore miniera di rame dello Zambia con un’offerta farlocca da 400 milioni di dollari, nella realtà pari ad appena 25 milioni ma redatta con “bei documenti, professionali”. Un “investimento” con cui la Kcm ha generato profitti tra 500 milioni e un miliardo l’anno. Per non farsi mancare niente, sempre nel 2014 l’azienda ha avviato una ristrutturazione interna da 1.500 esuberi di lavoratori locali, poi sospesa dopo la minaccia dello Zambia di revocare le licenze minerarie.

Nessun vantaggio per la popolazione nemmeno in Nigeria, che ha venduto il più grande giacimento petrolifero d’Africa per 1,3 miliardi di dollari all’italiana Eni e a Shell. A effettuare la vendita, però, non lo Stato nigeriano ma la Malabu Oil&Gas, una società segretamente di proprietà dell’ex ministro del Petrolio Dan Etete, che aveva acquistato il giacimento per appena 20 milioni nel ‘98. Un’acquisizione per cui è in corso a Milano un macchinoso processo per corruzione internazionale.

Il mal d’Africa che tormenta l’Occidente, quella fame onnivora di risorse e di uomini, non riguarda però solo multinazionali troppo grandi da immaginare ma anche la piccola imprenditoria italiana “brava gente”. L’indice per misurarlo, in questo caso, è molto più alla nostra portata: tra i 3 e i 4 euro, la paga media per un’ora di lavoro sotto il sole tagliente nei campi del Bel paese. Il caporalato, quella vergogna avida di cui ci ricordiamo solo quando i furgoncini carichi di schiavi si ribaltano, esiste da anni ed esiste ogni giorno. E può essere anche peggiore di così. Secondo il quarto rapporto Agromafie e Caporalato della Flai-Cgil, il salario può scendere anche a 1 euro l’ora, a cui vanno sottratti 5 euro di trasporto per arrivare al campo, 3 euro per un pasto e 1,5 euro per una bottiglietta d’acqua da pagare direttamente al caporale che spesso, nel caso di stranieri, è un capo-etnia. Un business che vale quasi 5 miliardi di euro e che mette a rischio circa 400 mila lavoratori, oltre a 220 mila stranieri in nero.

In mezzo, tra le depredazioni e la schiavitù con cui l’Occidente affoga prima l’Africa e poi la sua gente, la macchina dell’accoglienza, che troppo spesso accoglie gli interessi di un’Italia approfittatrice. Se il sistema Sprar è considerato un’eccellenza da molti addetti ai lavori, ombre si sollevano sui Cas, i Centri di accoglienza straordinaria che avrebbero dovuto estinguersi ma che invece fioriscono: dei 173mila 783 migranti accolti in Italia (dati agosto 2017), il 91,04% è ospite di Cas, come mette nero su bianco la relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza della scorsa legislatura.

La gestione dei Cas spetta ai privati a seguito di appositi bandi o, nei casi di emergenza – ed è spesso emergenza – attraverso affidamenti diretti. Il commento migliore è nelle parole dell’ex deputato Paolo Beni, relatore del documento: “È lecito dire che la criminalità organizzata in alcuni casi ci abbia messo mano. I controlli ci sono ma non abbastanza, ed è per questo che nel tempo sono venute alla luce varie situazioni irregolari”. Per esempio, limitandoci alle situazioni recentissime, i cinque arresti a Benevento dello scorso 21 giugno tra cui un dipendente del ministero della Giustizia e un carabiniere, i sei in manette a Latina il 26 giugno, l’arresto di un ex deputato regionale dell’Udc e di altre tre persone a Trapani il 5 luglio.

Il problema, però, non è solo nel margine grigio di illegalità ma nella qualità stessa di questa accoglienza, la chiave di volta su cui pesano i futuri problemi di integrazione e sicurezza: “Basta dare un’occhiata – continua Beni – al numero di strutture turistiche o paraturistiche, come esercizi commerciali riconvertiti, che oggi si sono date all’accoglienza: fiutano la convenienza dell’affare ma non sono enti che hanno esperienza a livello umanitario e solidale”. Il risultato ha spesso la forma di ghetti, da cui fuggire a qualunque costo per arrangiarsi in qualsiasi modo.

Sfruttamento vorace delle risorse, caporalato e schiavitù, accoglienza senza scrupoli né integrazione: siamo la fame da cui li costringiamo a fuggire e siamo l’illegalità in cui li costringiamo a rifugiarsi. E poi siamo l’ipocrisia: 173mila 783 migranti da gestire, per un Paese che è 7° potenza al mondo e 59° nella classifica per percentuale di popolazione immigrata (fonte Wikipedia), non dovrebbero essere un problema e invece sono un'”emergenza”. E allora delle due l’una: o siamo fortemente incapaci o non è un’emergenza. Se proprio vogliamo trovarne una, allora dovremmo guardare al di sotto del Mediterraneo. E spaventati vergognarci.