di Fiona Watson
direttrice del Dipartimento Ricerca e Advocacy di Survival International

Ero ferma, in piedi, ai margini di una macchia di foresta amazzonica brasiliana. Davanti c’erano solo immense piantagioni di soia e pascoli per il bestiame: una distesa monocromatica che si estendeva a perdita d’occhio. Mi stavo lasciando alle spalle l’ultima oasi di verde della regione. La scrutavo pensando che da qualche parte, laggiù, c’era una persona, un sopravvissuto che viveva una vita inimmaginabile.

Era l’ultimo della sua tribù, sopravvissuto all’ondata di attacchi genocidi degli anni 70 e 80, quando taglialegna e allevatori cominciarono a farsi strada nella foresta privandola di alberi e vite umane. Gli invasori avevano ucciso tutta la sua famiglia, la sua comunità e quelle vicine. Fuggire e nascondersi nella foresta è stata la sua unica strategia di sopravvivenza: una vita in completa solitudine, cacciando selvaggina e coltivando frutta e verdura nel suo piccolo orto.

Sono una dei pochi esterni ad aver mai messo piede nella sua terra. Ci sono entrata nel 2005 su invito del Funai, il dipartimento del governo brasiliano che si occupa della protezione delle terre indigene. Non ero lì per entrare in contatto con quest’uomo ma solo per assicurare che il suo territorio, e il suo diritto di vivere come aveva scelto, fossero tutelati. Survival International, il movimento mondiale per i popoli indigeni per cui lavoro, è infatti convinta che decidere se e quando entrare in contatto con la società esterna spetti unicamente a questi popoli. Nessun altro deve scegliere per loro.

Osservando quella foresta, 13 anni fa, non avrei mai immaginato che quell’uomo sarebbe sopravvissuto così a lungo – le probabilità erano tutte contro di lui. Eppure, la settimana scorsa il Funai ha diffuso un video straordinario in cui l’uomo appare non solo vivo, ma anche forte e in salute. La sua sopravvivenza dimostra la sua capacità di resilienza, ed è una conferma del fatto che proteggere adeguatamente le terre dei popoli incontattati porta benefici concreti e importanti. Il Funai ha il compito di proteggere questa porzione di terra fino alla morte dell’uomo. Con la sua semplice presenza, l’uomo mantiene questo piccolo pezzo di foresta al riparo dall’avidità dei taglialegna e degli allevatori che la circondano. La foresta, a sua volta, mantiene lui al sicuro, nascosto dal resto del mondo, che l’esperienza gli ha insegnato a temere.

Ma quest’uomo non è il solo ad avere paura. Sulla Terra esistono più di 100 tribù incontattate. Non sono tribù “perdute”, ferme “all’età della pietra” o intrappolate in una “terra dimenticata dal tempo”: vivono qui e ora. Sono consapevoli del mondo esterno, usano e adattano beni che vengono da fuori e possono intrattenere rapporti sporadici con altre tribù vicine. Tuttavia, i membri di questi popoli scelgono di non avere interazioni con la società dominante, spesso a causa delle epidemie e delle violenze catastrofiche provocate in passato dal contatto.

I popoli incontattati sono eccellenti conservazionisti: hanno la minore impronta ecologica del pianeta e proteggono alcune delle ultime foreste a maggiore biodiversità al mondo. Hanno sviluppato abilità straordinarie e hanno una conoscenza ineguagliabile del loro universo. Soprattutto, sono nostri contemporanei e, proprio come noi, desiderano vivere bene e in pace.

Quest’uomo incontattato è vivo grazie alla sua intraprendenza, ma alla sua sopravvivenza hanno contribuito anche altri due fattori essenziali: la dedizione dei funzionari del Funai sul campo, che monitorano costantemente la sua terra, e il potere dell’opinione pubblica mobilitata da Survival International e dai suoi sostenitori, che garantisce la protezione continua dell’area. Niente di tutto ciò sarebbe possibile senza immagini come queste, che mostrano uomini incontattati vivi e in salute. Per mantenere attivo l’ordine restrittivo sulla sua terra, che protegge lui e la foresta dalla distruzione, il Funai deve infatti continuare a dimostrare che l’uomo è vivo.

Il filmato serve anche a smentire le false dichiarazioni dei politici anti-indigeni secondo cui il Funai si inventerebbe l’esistenza delle tribù incontattate solo per ottenere più finanziamenti dal governo. E funge inoltre da monito: stimola il mondo esterno a mobilitarsi per le tribù incontattate e a costringere governi e grandi aziende a rispondere di furti di terra e massacri.

I popoli indigeni non subivano minacce tanto gravi dai tempi bui della dittatura brasiliana. Jair Bolsonaro è uno dei principali candidati alle elezioni presidenziali del prossimo ottobre. È un ex-militare nazionalista di estrema destra, che in passato ha affermato: “È una vergogna che la cavalleria brasiliana non sia stata efficiente quanto quella americana, che ha saputo sterminare gli Indiani”. Mentre scrivo, un congresso controllato dall’agribusiness e dagli Evangelici sta preparando attacchi legislativi senza precedenti contro i diritti indigeni. Il governo, nel frattempo, ha già ridotto il budget del Funai – esponendo i popoli indigeni a nuove minacce di furto di terra, invasione, attacco e sterminio.

Credo che le tribù incontattate siano il simbolo per eccellenza della ricchezza della nostra umanità. Sapere che esistono mi dà speranza, semplicemente per il fatto di essere come sono e per quello che rappresentano. Chi siamo noi per giudicare il loro modo di vivere? Non abbiamo bisogno di sapere come si chiamano, quale lingua parlano, qual è la loro religione o la loro storia. Sono esseri umani; ci sono e hanno il diritto di esistere. Lasciamoli vivere!

In foto: una tribù incontattata nella foresta amazzonica brasiliana ©G.Miranda/FUNAI/Survival

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