Un clan bosniaco riciclava in maniera illecita i rifiuti pericolosi affidatigli dalle ditte italiane del quadrante est di Roma (e non solo). Il risultato finale più evidente erano le colonne di fumo nero che si elevavano dal campo rom di via di Salone a inquinare l’aria dei quartieri Ponte di Nona, Case Rosse e La Rustica. Quello meno visibile, la quantità imprecisata di liquidi sversati nei terreni circostanti e di materiale tossico sotterrato nelle vicinanze del campo, mettendo a rischio le popolazioni circostanti, compresi i quasi 900 abitanti del secondo “villaggio della solidarietà” più grande d’Europa. Una piaga che colpisce da anni tutta l’area e sulla quale la Polizia Locale di Roma Capitale, a guida di Antonio Di Maggio, è convinta di aver messo un punto importante, grazie ai quattro arresti eseguiti in mattinata a cui sono “associati” ben 19 indagati, tutti a vario titolo per traffico, smaltimento e combustione illecita di rifiuti. Confermando l’assunto secondo cui nella Città Eterna i muri culturali fra rom e “italiani” cadono quando c’è bisogno di fare affari insieme. L’operazione è stata coordinata dalla Procura di Roma su richiesta dei pm Desirée Digeronimo e Nunzia D’Elia.

Al centro di questa filiera alternativa dei rifiuti, secondo gli investigatori, ci sarebbero due famiglie bosniache molto note alle cronache, Halilovic e Seferovic, imparentate fra loro, entrambe molto radicate nell’insediamento di via di Salone, cui appartengono 7 delle 23 persone indagate e la coppia di 61 e 65 anni individuati come al vertice del sodalizio criminale. Il lavoro della Polizia Locale ha permesso di mettere in fila vari e ripetuti episodi come l’avvio degli incendi all’interno del campo – a volte anche a opera di bambini – l’andirivieni di furgoni che caricavano e scaricavano materiale ferroso e chimico da smaltire e gli accordi più o meno taciti fra i rom e le ditte che si scambiavano materiale. Addirittura, a disposizione del clan c’era un vero e proprio parco macchine.

Più ampia la cerchia delle aziende che si servivano dei “servizi” dei bosniaci di Salone. Si va dalle ditte edili a quelle che lavorano materiale ferroso e chimico, fino alle imprese che avrebbero dovuto esse stesse operare lo smaltimento dei rifiuti anche per conto di grandi gruppi e che invece si rivolgevano al mercato nero nel tentativo di abbattere i costi. Si tratta di una circostanza che IlFattoQuotidiano.it ha raccontato diverse volte, come nel caso della “frigo valley” in riva all’Aniene o delle indagini che tutt’ora sono in corso a carico di dipendenti delle isole ecologiche Ama.

La Polizia Locale e il gruppo Spe sono impegnati da mesi sul fronte della lotta ai roghi tossici. Le indagini dei caschi bianchi hanno permesso di circoscrivere a un gruppo limitato di abitanti del campo rom questa “attività criminale”, rispetto alla totalità del villaggio che subiva per primo questa situazione. Altre attività di indagine sono concentrate anche a La Barbuta (nei pressi del Comune di Ciampino) e nel campo tollerato di via Salviati a Tor Sapienza.