Ci vogliono quasi settanta giri per vedere qualcosa, una cosa qualsiasi, nel Gran Premio d’Ungheria. Fino al doppio contatto di Valteri Bottas prima con Sebastian Vettel e poi con Daniel Ricciardo, l’Hungaroring aveva infatti confermato di essere uno dei tracciati più noiosi del circus. Sorpassi zero, Lewis Hamilton in testa dall’inizio alla fine, mai impensierito, e qualche flebile speranza di divertimento (ci si accontenta) solo dalle strategie ai box.

Il trenino prosegue uguale a se stesso – Hamilton, Bottas, Vettel, Raikkonen – annullando di volta in volta le variazioni date dai cambi gomme fino al giro 65, quando Vettel, fino a quel momento autore di uno sbiadito terzo posto, si gioca tutto con il finlandese e cerca il sorpasso d’imperio. Bottas non ci sta e sbercia il muso della macchina sul posteriore della Ferrari incrociando la traiettoria della curva successiva. Il suicidio non riesce, ma Raikkonen, pochi metri più indietro, ci guadagna comunque: passa il connazionale e si accoda al compagno di squadra tre volte campione del mondo. Bottas invece accusa il colpo, viene agguantato anche da Ricciardo che lo passa in scia sul rettilineo. Il finlandese, non pago dei danni già fatti (a se stesso), va lungo e si spiaccica nella fiancata della Red Bull “percorrendo” la curva. Entrambe le monoposto restano in pista, malconce ma ci restano. Ricciardo, con la fiancata destra sfondata, si vendica al giro 70 e si prende il 4° posto.

Otto minuti di sportellate in un’ora e mezza ed è tutto finito: Hamilton vince esibendo la sua nota empatia e festeggia i 24 punti di vantaggio su Vettel, ancora probabilmente intento a mangiarsi le mani per il successo buttato sotto la pioggia di Hockeneim. La Ferrari, in lutto per Sergio Marchionne, salva la faccia ma si allontana dall’obiettivo iridato. Niente è compromesso, chiaro, se non la pazienza degli spettatori, costretti ancora una volta a vedere Lewis Hamilton che gioca da solo con l’autopista per un’ora e mezzo.