“Agli occhi di Rheinard Grindel, il presidente della nostra federazione, io sono tedesco quando la Mannschaft, la nostra nazionale, vince. Ma sono un immigrato quando perdiamo”, ha scritto su Twitter  Mesut Özil, il talentuoso centrocampista di origine turca della nazionale tedesca che un mese fa è tornata in patria da Russia 2018 con le pive in saccoccia, eliminata ai gironi, un’onta per chi aveva conquistato il titolo mondiale nel 2014. Una responsabilità collettiva che però si è concentrata su di lui, accusato dalle destre di scarsa lealtà, se non di tradimento.

È in questo scenario e in un clima da caccia alle streghe, che il 29enne giocatore dell’Arsenal, ex El mago de Oz del Real Madrid, ha deciso di non indossare più la maglia della nazionale tedesca, con la quale era diventato campione del mondo nel 2014. Il che ha reso felice il presidente turco Erdogan, al quale non è parso vero di ricevere un simile assist contro la Merkel: “Gli ho telefonato. Bacio i suoi occhi. La sua presa di posizione è molto patriottica”.

Apriti cielo! (tralascio il commento del discusso ministro di Giustizia, Abdulhamit Gul: “Mi congratulo con Mesut. Il ritiro è il suo gol più bello e lo ha fatto contro il virus del fanatismo”). In Germania è scoppiato il finimondo. Le destre hanno attaccato Ozil e ciò che rappresentava, ossia il multiculturalismo e l’integrazione. Gli hanno rinfacciato di non aver cantato l’inno, indizio di scarso attaccamento ai valori nazionali. Peccato che se ne siano accorti solo ora: “Da sempre non lo canto per non offendere mio padre Mustafa”, si era giustificato a suo tempo Ozil, che ha sempre detto di avere due cuori, uno tedesco e l’altro turco.

Ora i tedeschi si chiedono: qual è il cuore che batte per davvero? Il patriottismo evocato da Erdogan è una provocazione politica del presidente turco o invece rispetta la vocazione di Ozil? Insomma, quanto leale è Ozil? E, sottinteso, quelli come lui? Ci si può fidare di chi sfrutta i vantaggi dell’integrazione per poi rinnegare il Paese che ha accolto gli immigrati? I giochi (politici) vanno ben oltre il gioco (del calcio). Possiamo intanto affermare che la grande, potente, arrogante Germania ha vissuto male la brutta figura rimediata in Russia: non ha ancora finito di perdere, se la clamorosa disfatta calcistica continua a suscitare polemiche dalle imprevedibili (o forse no, scontatissime) conseguenze.

Per chi non lo sapesse, Ozil è un turco-tedesco di terza generazione, nato a Gelsenkirchen, città industriale della Renania del Nord-Westfalia, il land che conta la più grande e influente comunità turca in Germania. Parla quattro lingue, oltre al tedesco e al turco, anche lo spagnolo e l’inglese, per ragioni legate ai suoi lucrosi contratti calcistici. È musulmano praticante. Non ha mai nascosto una certa simpatia per Erdogan che ha incontrato lo scorso maggio a Londra, suscitando clamore e rimbrotti in patria. I rapporti attuali tra Ankara e Berlino non sono tra i migliori, Erdogan voleva svolgere qualche comizio elettorale in Germania, prima del voto presidenziale, ma non gliel’hanno concesso. Ozil, che gioca in Inghilterra con la maglia dell’Arsenal – pagato sontuosamente 15,6 milioni di sterline l’anno – ha espresso la sua solidarietà a Erdogan. Libero di farlo.

Domenica 22 luglio Ozil decide di reagire alle critiche e agli attacchi. Annuncia, sempre su Twitter, che “con cuore pesante e dopo molte riflessioni” non giocherà più per la Germania in incontri internazionali “fin quando continuerò a percepire razzismo e mancanza di rispetto nei miei confronti”. Accuse pesantissime. Le reazioni denotano sconcerto. Lunedì 23 luglio, il quotidiano Tagesspiegel reagisce seccamente: “L’addio di Ozil è una cesura sportiva, politica, sociale”. Più analitico, il commento della Suddeutsche Zeitung, testata rigorosa e prestigiosa: “Mesut Ozil non è un giocatore qualsiasi di chissà quale nazionale. Era un simbolo di coabitazione e di vivere assieme per i cittadini di origine turca che, dalla X generazione vivono in Germania. Questa brutale rottura tra Ozil e la squadra nazionale è la vera sconfitta di questa estate – ben più di quella degli undici giocatori tedeschi al primo turno della Coppa del Mondo”.

Come sempre, occorre cercare di risalire alle cause di una simile crisi. Tutti i commentatori tedeschi sono concordi nell’attribuire l’origine del malessere “Ozil” al 13 maggio scorso. Quando vengono diffuse le foto in cui si vedono due giocatori tedeschi di origine turca – Ozil e Ilkay Gundogan – posare a fianco di Recep Tayyip Erdogan, nell’atto di donargli le maglie delle loro rispettive squadre, quella dell’Arsenal dove gioca Ozil e quella del Manchester City, in cui milita Gundogan.

Le foto vengono strumentalizzate dall’entourage di Erdogan: per forza, mancavano ancora sei settimane al voto del 24 giugno, quale miglior pubblicità di due grandi stelle del calcio che stanno al fianco di Erdogan? In Germania, invece, l’effetto delle foto è quello di un boomerang: tutti i partiti condannano l’omaggio reso a un sulfureo leader straniero che guida un regime estremamente autoritario. Ozil cerca di rimediare alla gaffe: “Fare una foto col presidente turco non era un gesto politico, si trattava solo di non mancare di rispetto alle radici dei miei antenati”.

Il tabloid Bild Zeitung, il giornale più diffuso (ma anche quello più scandalistico) trova questa giustificazione una “geremiade”, è una posizione “indifendibile”, perché Erdogan è notoriamente un “despota”, uno che sta cercando d’imporre “una dittatura islamica”. Ma gli altri giornali non si lasciano sedurre da simili superficiali argomentazioni. Osservano che se un grande giocatore del football tedesco come Ozil non si sente più rappresentato nel suo Paese a causa del razzismo, allora “questo è un segnale d’allarme”, come ha detto il ministro socialdemocratico della Giustizia, Katarina Barley, le cui parole sono state riportate dai media.

La stessa Angela Merkel ha fatto sapere che rispetta la decisione di Ozil, avendolo sempre “apprezzato per tutto quello che ha fatto per la squadra nazionale”. C’è prudenza in questa frase, e preoccupazione. La comunità turca in Germania conta più di 3 milioni di persone, il 65% degli elettori turchi che vivono tra il Reno e l’Elba hanno votato per Erdogan, ossia il 12% in più della percentuale ottenuta in Turchia. Il tono misurato della Merkel rispecchia inoltre il difficile momento politico che sta attraversando la Cancelliera, soprattutto il dibattito interno alla sua coalizione (CduCsu), con la destra conservatrice bavarese che ha sollevato il problema della doppia nazionalità e del posto che ha l’Islam nella società tedesca. Senza dimenticare le ripercussioni inevitabili del caso Ozil ad Ankara, potenziale pretesto per concedere a Erdogan un rigore da tirare contro la porta di Berlino.

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