Dopo la pubblicazione del rapporto di Amnesty International intitolato “Guerra di annichilimento” (ne avevamo scritto qui) sulle enormi devastazioni e l’ingente numero di vittime civili causate dalla coalizione guidata dagli Usa nella riconquista di Raqqa, la capitale dello Stato islamico, esponenti di primo piano della coalizione e dei governi che ne fanno parte hanno fatto dichiarazioni sui social media, rilasciato interviste e persino svolto interventi parlamentari per smentire che i numerosissimi attacchi della coalizione avessero ucciso e ferito molti civili in violazione del diritto internazionale umanitario.

Nella sua risposta ad Amnesty International la coalizione ha asserito di essere stata “trasparente” e di aver posto in essere “procedure meticolose” per evitare vittime civili.

Il rapporto mensile della coalizione sulle vittime civili in Iraq e Siria si basa su descrizioni vaghe e definisce come “non credibili” la maggior parte delle denunce. La coalizione ha riconosciuto solo 23 morti civili a seguito degli oltre 30mila colpi di artiglieria e di migliaia di attacchi aerei lanciati su Raqqa durante la campagna militare durata quatto mesi, da giugno a ottobre del 2017, che ha lasciato la città in rovina.

Il numero artificiosamente basso di vittime civili riconosciute dalla coalizione è in buona parte frutto di procedure inadeguate che non hanno neanche fatto ricorso a indagini sul terreno.

L’unico partner sul terreno della coalizione, le Forze democratiche siriane, a guida curda, ha mostrato un atteggiamento decisamente differente. Un mese fa hanno scritto ad Amnesty International ammettendo “ampie perdite umane e materiali” dovute a “errori” e ad “attacchi aerei che non hanno raggiunto l’obiettivo”.

Dall’inizio del 2017 Amnesty International ha svolto numerosi incontri con rappresentanti della coalizione, scritto ripetutamente a funzionari della Difesa di Usa, Regno Unito e Francia e pubblicato quatto rapporti sulle vittime civili causate dalle operazioni militari della coalizione a Mosul e Raqqa. In tutto questo periodo, la coalizione o non ha replicato alle richieste di ulteriori informazioni o ha cercato di negare le conclusioni di Amnesty International.

L’unica buona notizia è che alla fine di giugno la coalizione ha fatto sapere che, alla luce delle nuove prove fornite da Amnesty International, avrebbe ripreso in esame quattro casi precedentemente chiusi ed esaminato un nuovo caso.

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