Sublime. Inafferabile. Criptico. Oscuro. Nessuno come Robert Wilson, regista americano decisamente cult, riesce a dividere il parterre alla prima nazionale del suo “Oedipus”,  una reinterpretazione della tragedia classica, in scena al teatro antico di Pompei. Ha ridisegnato il parco archeologico con uno spettacolo di luci, passando dalle sfumature del tramonto e rimodellando gli spazi come sculture. Lo chiamano l’architetto della luce, perché quello visivo è un linguaggio universale.  Gli attori/danzatori, plastici, “dialogano” a più livelli e si alternano in una babele di lingue: dall’italiano aulico della tradizione rinascimentale, al tedesco, al francese, al greco antico, sulle note di sottofondo del compositore siriano Kinan Azmeh e del sax free di Dickie Landry.

Aveva inaugurato la Pompei Theatrum Mundi, curata dallo Stabile di Napoli, la Salomè di Oscar Wilde, regia e adattamento di Luca De Fusco, direttore dello Stabile, che ricorda come Salomè sia un grande archetipo, un simbolo eterno di amore e morte. I registri che Wilde usa oscillano tra il drammatico, l’ironico, l’erotico, il grottesco in una miscela molto ambigua che la fa solo in apparenza somigliare a una tragedia greca mentre in realtà ci troviamo di fronte a una rappresentazione unica nel genere. Enigmatica e catturante la natura di Salomè e il suo desiderio di amore e morte. Ricevuto il suo “dono” Salomè  bacia la testa mozzata del profeta di Iokanaan (Giovanni Battista nella tradizione cristiana) fino alla funesta danza finale, sotto gli occhi pietrificati dall’orrore di Erode.

Eravamo abituati a vederla sorridere dalla riviste patinate di moda, Laetitia Casta adesso studia da attrice impegnata e fa di tutto per scrollarsi di dosso l’etichetta di ex top model. Debutta al Napoli Teatro Festival, 11 edizioni, oltre 400 eventi spalmati dal cortile delle Carrozze di Palazzo Reale a Donnaregina Vecchia. “Scene della vita coniugale”, la celebre opera di Igmar Bergman, offre una riflessione, anche più di una, sulla vita di coppia. Laetitia è una quarantenne, bella e seduttiva, in crisi matrimoniale, dopo un primo tentativo di riconquista, si fa dura  e vendicativa. Prima della catarsi amorosa finale: ognuno, senza più rimorsi, va per la sua strada. Ravello Festival apre le danze con Bill T. Jones, coreagrafo newyorkese arcinoto, che dal palcoscenico spettacolare di Villa Rufolo, sospeso tra cielo e mare, scompone la danza classica e la rende minimalista, concettuale. Come, d’altronde annuncia il titolo “Time: Study: A Week”. Ondeggiano i ballerini della compagnia Abballamm su una scacchiera di dodici installazioni simili a quei graffiti disegnati a terra con il gesso nelle periferie urbane.

Teniamolo d’occhio: ha cominciato a rappeggiare a 15 anni, Capo Plaza, all’anagrafe Luca D’Orso, di Salerno, oggi, ventenne, a colpi di freestyle con l’osannato Ghali, ha già 30 milioni di visualizzazioni su YouTube con i suoi tormentoni “Sono fuori e do spettacolo”, “Tieniti le frasi fatti”…

Aspettando la maratona Afghanistan, un ardito progetto della più grande officina britannica di teatro politico (Tricycle Theatre) che ha commissionato a tredici autori la loro visione sul rapporto fallimentare dell’occidente con il martoriato paese mediorientale. Sei ore e mezza di performance. A prova pazienza spettatore.

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