Addio Carlo Vanzina. Il regista romano aveva 67 anni ed era malato da tempo. Volente o nolente, con Vacanze di Natale (1983) ha inventato, assieme al fratello Enrico, fedelissimo sceneggiatore di tutti i suoi film, quello che poi verrà definito il filone seriale dei “cinepanettoni”. Una matrice comico farsesca e popolare di film che verranno poi prodotti in serie, sotto il lancio nel titolo di “Vacanze a…” (ma non solo), per uscire ogni anno sotto le feste di Natale. Figlio di Steno – Stefano Vanzina – uno dei più importanti registi di commedie italiane degli anni cinquanta, sessanta e settanta (Totò a colori, Un americano a Roma, I due colonnelli, Febbre da cavallo, La patata bollente), Carlo Vanzina ha esordito come aiuto regia di Mario Monicelli in Toh è morta la nonna (1969), per poi continuare con il burbero, anarchico padre della commedia in Brancaleone alle crociate, Amici miei e decine di altri film in cui il regista toscano lo trattava malissimo fino a farlo piangere.

Gavetta comunque fondamentale per Vanzina perché è da lì che apprende, paradossalmente, pignolerie e testardaggine del grande Monicelli, come una certa libertà a livello tematico nei copioni, e un ritmo perfetto nei tempi comici nella costruzione di gag per i suoi attori. L’esordio come sceneggiatore arriva nel 1975 grazie ad Alberto Lattuada che lo vuole assieme a Giuseppe Berto per lo script di Oh Serafina!; mentre l’esordio in solitaria dietro la macchina da presa, e assieme al fratello Enrico allo script, arriva nel 1976 con Luna di miele in tre con protagonista Renato Pozzetto cameriere sul lago Maggiore ossessionato dal magico mondo delle ragazze di Playmen. Film che è anche l’esordio di un produttore d’oro per le commedie italiane al cinema, Achille Manzotti. Seguirà nel 1978 Figlio delle stelle, commediola rosa semi-musicarello per accompagnare il successo di Alan Sorrenti e della sua hit Figli delle stelle, poi il piccolo exploit comico surreale con i Gatti di Vicolo Miracoli (Jerry Calà, Umberto Smaila, Franco Oppini, Nini Salerno) che lo vede regista di Arrivano i Gatti (1980) e poi di un più corale Una vacanza bestiale (1980).

Durante il breve e fecondo rapporto coi Gatti Carlo ed Enrico Vanzina conoscono Diego Abatantuono, che del quartetto veronese è il tecnico delle luci durante gli spettacoli al Derby di Milano. Da qui l’idea di un West Side Story alla milanese che diventa il cult I fichissimi con Abatantuono e Calà a scontrarsi tra le strade di Milano vere e alcune finte riprese a Roma. Pensate che I fichissimi con nemmeno mezzo miliardo di budget raccoglie oltre nove miliardi al box office italiano. È qui che inizia il periodo d’oro di Carlo, ed Enrico, inseparabili contro ogni avversità produttiva e temporale. Nel 1982 è tempo di Eccezzziunale… veramente dove Abatantuono si fa in tre (il tifoso milanista Donato, l’interista Franco e lo juventino Tirzan), doppiato da Viuuulentemente mia, un Abatantuono/Antonelli non proprio al top. Poi ecco l’origine della nuova commedia italiana che ci accompagnerà per almeno due decenni.

Nel 1983 escono sia Sapore di mare che Vacanze di Natale. Il primo prodotto da Claudio Bonivento esce nel febbraio del 1983 e si porta a casa quasi 10 miliardi di lire. Carlo ed Enrico cominciano a tratteggiare questa sorta di schema descrittivo alto/basso a livello socio-economico che si ripresenterà a breve in Vacanze di Natale: la famiglia povera che spremendo i risparmi all’osso si permette una vacanza nella prestigiosa Forte dei Marmi (qui i campani Pinardi) e la famiglia ricca dei milanesi Carraro presenza fissa in Versilia. L’intreccio sentimentale, quello che si cuce, scuce e ricuce, attorno alle gag corali del gruppo di ragazzi della spiaggia è tra Marina Suma in Pinardi e Jerry Calà/Luca Carraro. La formula con le canzoni anni sessanta (perché il film è ambientato negli anni sessanta) è un colpo da maestro. Nel copioso cast tra gli altri ci sono Christian De Sica, Isabella Ferrari, Virna Lisi, Guido Nicheli. E poi vengono inventati i personaggi dei marchesini Pucci, il commendatore milanese, Morino il bagnino, Gianni l’intellettuale esistenzialista in costume di bagno.

Carlo ed Enrico fanno centro perché mescolano la fotografia di un Paese che cambia con le risate felici di una commedia semplice e un po’ piccante. Appena dieci mesi dopo, grazie ai produttori Luigi e Aurelio De Laurentiis, sono già pronti con la matrice del cinepanettone: Vacanze di Natale che uscirà in sala proprio nel Natale del 1983. Qui siamo a Cortina d’Ampezzo nei primi anni ottanta. Stesso schema alto basso, i ricchi milanesi Covelli e i romanacci caciaroni Marchetti. Stessa liason sentimentale tra Claudio Amendola (il figlio dei poveri) e Karina Huff (la fidanzata del ricco rampollo, De Sica), decine di sottotrame (tra cui una delle prime rappresentazioni di un omosessuale nella commedia come papà Steno ne La patata bollente), un pieno di hit vacanziere come Moonlight Shadow, e un altro cast da urlo (Stefania Sandrelli, Riccardo Garrone, Mario Brega, Marilù Tolo e una giovane Moana Pozzi) statizzano un unicum nel panorama cinematografico italiano. Esempio che Carlo da regista, con Enrico sceneggiatore, cerca di ricalcare nuovamente con Vacanze in America (1984) poi con altri due titoli un po’ più ricercati a livello di ambientazione urbana e di riferimenti sociali: la commedia sui giovani rampanti milanesi Yuppies (1986) con Calà, De Sica, Massimo Boldi ed Ezio Greggio, e quel Montecarlo Gran Casinò (1987), film davvero sottovalutato con un baldanzoso Paolo Rossi. “Si tratta di un’epoca abitualmente considerata superficiale e vuota ma in fondo in quel periodo non si parlava né di crisi, né di ‘spread’. Erano gli anni in cui stava per cominciare l’edonismo della cosiddetta “Milano da bere” “da noi raccontato in vari film – aveva dichiarato Carlo al sito web Cinespresso – abbiamo messo in campo sogni, sentimenti, speranze, una fiducia nel futuro e nella società e un’allegria diffusa che allora era ancora possibile coltivare e oggi è quasi del tutto scomparsa”. La commedia di Carlo Vanzina si trasforma successivamente in farsa, più volgare e stanca, ripetitiva e scontata. Pensate a Sognando la California di cui si ricorda soprattutto una scena di Boldi e la sua … cacca; S.P.Q.R., il film ambientato nell’antica Roma con la celebre battuta di De Sica su una biga: “Ah Iside e famme na pompa”; Selvaggi che sembra preconizzare le più bieche ovvietà di un format come L’isola dei famosi; o il moscio dittico con Paolo Villaggio Io no spik inglish-Banzai.

Nel 1999 Carlo torna a dirigere Vacanze di Natale 2000, già quinto episodio della serie dei cinepanettoni che intanto aveva fatto, e farà per altri quindici anni, la fortuna dei De Laurentiis produttori. Carlo, ed Enrico, non trovano più il passo e il ritmo del racconto nazionalpopolare di ampio respiro e si accontentano di alcune divertenti commedie un tantino livorose e reazionarie (vedi Il pranzo della domenica, 2004 o In questo mondo di ladri); due sequel “casalinghi” come Febbre da cavallo – La Mandrakata (2002) e Eccezzziunale veramente – Capitolo secondo… me (2006); o commedie più standard senza troppe pretese generazionali come La vita è una cosa meravigliosa (2012) o Torno indietro e cambio vita (2015). Interessante però è una sorta di sottofilone che vede sempre Carlo alla regia, col fratello Enrico allo script, in cui il regista romano prova a costruire film di genere uscendo totalmente dal registro comico. Da quel film romantico sentimentale che è Amarsi un po’ (1984), un rimescolamento di carte e attori dai precedenti film ma con un buon risultato, fino a Sotto il vestito niente (1985) che è un ottimo thriller scritto tra l’altro da uno degli sceneggiatori di Dario Argento, Franco Ferrini, ambientato nel mondo della moda milanese, e con una Renée Simonsen che non si dimentica più; fino a Tre colonne in cronaca (1990), film che affronta sul registro drammatico le dinamiche della politica e dell’economia italiana anni ottanta, che vede in scena Gian Maria Volonté e Sergio Castellitto, scritto su un soggetto di Corrado Augias. Quest’ultimo film, come hanno raccontato i fratelli Vanzina diverse volte, andò malissimo perché “il pubblico di Vanzina non entrava, sviato dalla presenza di Volonté. Ed il pubblico di Volonté non entrava sviato dal regista Vanzina”.

Questo il grande cruccio che ha accompagnato Carlo nei suoi quarant’anni di carriera dietro la macchina da presa: essere classificato come regista di commedie generazionali e non come cineasta a tutto tondo, artigianale finché si vuole, privo di pretese autoriali, ma competente e brillante. Ai posteri la sua battuta che scatenerà ulteriori dibattiti anche dopo la sua morte: “In una cinematografia seria come quella americana noi Vanzina saremmo venerati come Spielberg. Qui in Italia dobbiamo vergognarci”.