Due condanne a 20 anni, tre a 15 anni, sette a dieci anni, dieci a cinque anni, otto a tre anni, 19 a due anni e una a un anno.

Così si è concluso, il 27 giugno, il processo di primo grado nei confronti del movimento Hirak el shaabi, le cui proteste nel 2017 avevano infiammato la regione marocchina del Rif dopo la morte del pescivendolo Mouhcine Fikri nell’ottobre del 2016.

I leader del movimento, Nasser Zefzafi e Nabil Ahamjik, hanno ricevuto la pena più elevata, 20 anni. Come misura punitiva pre-processuale, Zefzafi ha trascorso oltre un anno in isolamento completo.

In un processo a parte, il 30 giugno il giornalista Hamid El Mahdaoui è stato condannato a tre anni solo per aver seguito le manifestazioni.

Secondo Amnesty International, le sentenze dovrebbero essere annullate. Gli imputati sono stati condannati per aver manifestato pacificamente o aver dato notizie delle proteste e delle cause che ne erano all’origine: l’isolamento della regione, gli alti livelli di discriminazione e la richiesta di diritti economici e sociali.

Al di là di confessioni estorte con la tortura, la pubblica accusa non è riuscita a presentare uno straccio di prova riguardo all’incitamento, alla partecipazione o alla “complicità” in quella che è stata presentata in tribunale come una rivolta puramente violenta.

Molti detenuti hanno preso parte a scioperi della fame per protestare contro la natura politica dei procedimenti ai loro danni. Lo stesso Zefzafi ha digiunato dal 23 maggio al 3 giugno, altri 22 detenuti lo hanno fatto per 19 giorni e uno di loro, Rabie Lablak, sembra intenzionato ad andare avanti. Le sue condizioni di salute sono gravi ma dal 14 giugno non viene visitato da un medico.

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