“… Ma io ti parlo a nome dello Stato Islamico, lode ad Allah, e Abu Bakr Al Baghdadi (numero uno di Isis, ndr) chiama qui alla hijra (emigrazione, ndr), chiama tutto il mondo alla hijra, chiama tutti gli uomini al jihad per causa di Dio, perché noi dobbiamo distruggere i miscredenti”. Così parlava Maria Giulia Fatima Sergio la giovane diventata la prima foreigne fighter italiana. La corte d’Assise d’appello di Milano l’ha condannata a 9 anni confermando così la pena inflitta in primo grado alla prima foreign fighter italiana. Confermate anche per gli altri imputati le pene inflitte in primo grado, tra cui 10 anni al marito di Fatima, l’albanese Aldo Kobuzi.

I giudici della prima Corte d’Assise d’Appello di Milano, presieduti da Maria Grazia Bernini, nel confermare la sentenza di primo grado del dicembre 2016, hanno accolto le richieste del sostituto pg Nunzia Ciaravolo che di Fatima, latitante come il marito, ha detto essere una “fanatica convinta” con un ruolo fondamentale nel cercare di convincere padre e madre (entrambi morti e pertanto per loro era stata dichiarata l’estinzione del reato) e la sorella Marianna (5 anni e 4 mesi in appello con rito abbreviato) a partire per i territori del Califfato e che anche lei si era addestrata con le armi. E così sono rimaste immutate pure le condanne a 9 anni per la cosiddetta ‘maestra indottrinatrice’ Haik Bushra, cittadina canadese che si troverebbe in Arabia Saudita, a 8 anni per Donika Coku e Seriola Kobuzi (anche loro sarebbero in Siria), madre e sorella di Aldo Kobuzi. Un fanatismo conferrmato anche da alcuni intercettazioni in cui l’allora 27enne esultava per la strage di Charlie Hebdo. 

Tutti gli imputati, infine, sono stati condannati a pagare le spese processuali. Le motivazioni della Corte saranno depositate entro 90 giorni.
Maria Giulia ‘Fatima’ Sergio e Kobuzi erano partiti per andare a combattere con le milizie dell’Is nell’autunno del 2014 e di loro al momento si sa più nulla. Il padre, Sergio Sergio, invece, venne arrestato assieme alla moglie Assunta Buonfiglio e alla figlia Marianna nel luglio del 2015 perché, stando alle indagini dell’ex procuratore aggiunto di Milano e ora aggiunto alla Dna, Maurizio Romanelli e del pm Paola Pirotta, erano tutti in procinto lasciare di l’Italia per raggiungere in Siria la figlia che li incitava ad unirsi a lei via Skype con frasi del tipo: “noi qui ammazziamo i miscredenti, tagliamo le teste e conquisteremo Roma”. La famiglia Sergio, originaria della Campania, viveva a Inzago, nel Milanese. Nelle motivazioni della sentenza di primo grado i giudici scrissero che l’imputata, fuggita in Siria nel 2014, era “determinata a compiere attentati”.