La Lega alla fine non sfonda ma si siede al tavolo di un centrodestra unito che a colpi di arancine e maxi manifesti elettorali vince ancora. Il centrosinistra senza simboli batte un colpo nella sempre più indecifrabile Trapani, mentre il Movimento 5 stelle non brilla, si prende nell’isola di Pantelleria e prova a difendere la prima città conquistata sull’isola: Ragusa. È un turno elettorale a macchia di leopardo quello che è andato in scena in Sicilia. Anzi a macchia di Gattopardo, nel senso di Tomasi di Lampedusa. In molte città medio piccole, infatti, gli elettori hanno premiato vecchi big locali, rieletti anche a distanza di decenni dall’ultima volta. Il passato che non passa neanche all’alba della Terza Repubblica. Con gli elettori che hanno preferito affidarsi agli amministratori della Prima.

Catania, Pogliese sfratta Bianco e spera nell’assoluzione – Non è andata così a Catania, dove  – come previsto – Salvo Pogliese è riuscito a sfrattare Enzo Bianco da palazzo degli Elefanti al primo turno. Grazie alla bizantiniana legge elettorale siciliana, all’europarlamentare di Forza Italia sarebbe bastato prendere il 40% più uno dei voti per evitare il ballottaggio. L’uomo che è considerato l’inventore del “patto dell’arancino” – con la “o”, alla catanese, e cioè l’alleanza del centrodestra alle regionali siciliane con tanto di foto ricordo tra Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi – però è andato sul sicuro: ha sfondato il tetto dei cinquanta punti percentuali. In pratica ha doppiato Bianco, l’ex ministro dell’Interno, già leader del Pri che ha fallito la quinta elezione: la prima risale a trent’anni fa esatti. Adesso la città dell’Etna attende l’esito del processo per peculato che vede imputato lo stesso Pogliese: in caso di condanna rischia la sospensione per 18 mesi come previsto dalla legge Severino.

Trapani, plebiscito per la coalizione marmellata – Chiude la pratica elettorale senza passare dal secondo turno anche Trapani, dove Giacomo Tranchida vince con il 70% dei voti. La città dei misteri arriva al voto dopo il surreale ballottaggio senza quorum di dodici mesi fa. Chiamati a scegliere tra il candidato del Pd, Piero Savona, e l’invio di un commissario, i trapanesi avevano scelto quest’ultima opzione. Un anno dopo hanno votato Tranchida, ex esponente dei Ds sostenuto da una “coalizione marmellata” rigorosamente senza simbolo del Pd e che inglobava pezzi del centrodestra.  “Il Pd è morto. Smembrato, massacrato, diluito. L’anno scorso ci hanno lasciati soli. Per chi voto io? Prima voglio sapere con chi stanno Mimmo Fazio e Tonino D’Alì. Io avrei potuto vincere se mi fossi accordato con loro. Ma non l’ho fatto”, ha detto Savona al fattoquotidiano.it. Facendo intendere che il nuovo sindaco di Trapani non avrebbe potuto prescindere dall’appoccio dei due storici pezzi da Novanta del centrodestra, finiti nelle retrovie dopo i guai giudiziari ma sempre presenti in città. L’ecumentico Tranchida corono dunque il suo personalissimo sogno: quello di fare il sindaco di Trapani dopo aver guidato le vicine Valderice ed Erice. In pratica amministra la zona da decenni.

Elezioni a macchia di Gattopardo – Un leit motiv, quello dell’usato sicuro, che si è riproposto un po’ ovunque sull’isola. A Capaci, alle porte di Palermo, il nuovo sindaco è Pietro Puccio, ex presidente della provincia con i Ds, già primo cittadino tra il 1994 e il 1996. A Priolo, in provincia di Siracusa, torna a fare il sindaco Pippo Gianni, eletto per la prima volta nel 1984 e alla guida della cittadina fino al 1991. L’ex deputato aveva praticamente lasciato la politica il 14 dicembre del 2014: dopo la ripetizione parziale delle elezioni in alcune sezioni dei comuni di Rosolini e Pachino, non era stato riconfermato all’Assemblea regionale siciliana. Arrestato nel 1994 per concussione e condannato in primo grado a tre anni ma poi salvato dalla Cassazione, Gianni conquistò notorietà nazionale quando espresse alla Camera il suo parere sulle quote rosa: “Le femmine non ci devono rompere la minchia”, disse pietrificando l’intera aula di Montecitorio. Altro ritorno a Taormina, undicimila abitanti in provincia di Messina: Mario Bolognari è stato rieletto sindaco dopo sedici anni e a ventisei dalla prima volta. Torna ad amministrare Sant’Agata di Militello l’ex senatore di centrodestra Bruno Mancuso, già assolto in passato per voto di scambio ed eletto nel 2004. Non riesce a riprendersi la poltrona di sindaco di Comiso, dopo una decina d’anni di assenza, Pippo Digiacomo, ex consigliere regionale del Pd bocciato dai suoi concittadini.

M5s difende Ragusa ma è fuori dalle città principali – Tra due settimane, invece, il Movimento 5 stelle proverà a difendere la sua roccaforte siciliana. A Ragusa, infatti, l’ex presidente del consiglio comunale Antonio Tringali è approdato al ballottaggio: il sindaco uscente Federico Piccitto non si è ricandidato. Il partito di Luigi Di Maio sfiderà ora il candidato di destra Giuseppe Cassì. I 5 stelle conquistano poi la piccola isola di Pantelleria e sono in corsa anche ad Acireale. Ma sono fuori dai centri più importanti come Catania, Messina, Trapani e Siracusa. Nella città di Archimede il più votato è Ezechia Reale, aspirante primo cittadino di centrodestra (ma ex assessore regionale di Rosario Crocetta col centrosinistra), che al ballottaggio dovrà affrontare Francesco Italia, sostenuto da liste civiche di diretta emanazione renziana: è il candidato di Giancarlo Garozzo, primo cittadino vicinissimo all’ex segretario dem, che non si è ricandidato. Solo quarto il candidato del Pd, Fabio Moschella, mentre a Messina il centrosinistra colleziona un’inutile terza piazza con Antonio Saitta, che però spera fino all’ultimo di poter accedere al ballottaggio.

Messina, spoglio al rallentatore con De Luca che spera – La città sullo Stretto, infatti, rischia di vincere il premio per lo spoglio più lento: a 20 ore dalla chiusura dei seggi sono state scrutinate solo 217 sezioni su 254. Bastano per certificare il flop di Renato Accorinti, il sindaco pacifista eletto a sorpresa cinque anni fa e poi noto soprattutto per aver urlato “no war” in faccia a Donald Trump al G7. Al secondo turno nella città peloritana andrà sicuramente il candidato di centrodestra Dino Bramanti, inseguito dal vulcanico Cateno De Luca che è Sostenuto da liste civiche e ha un migliaio di voti di vantaggio sul candidato di centrosinistra. Ha conquistato notorietà nazionale nel novembre scorso quando era stato arrestato due giorni dopo l’elezione al consiglio regionale per evasione fiscale. Tornato libero dopo la revoca dei domiciliari, si era fatto immortalare mentre suonava la zampogna all’Assemblea regionale siciliana. Sempre a Palazzo dei Normanni aveva inscenato, qualche anno fa, la più ridicola delle proteste: si presentò in mutande nella sala stampa del Parlamento regionale. Per poi coprirsi soltanto con la Trinacria. A Messina attendono con grande curiosità che si concluda lo spoglio più lento del mondo.

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