Neanche il tempo di far partire il governo che tornano i rumor su una fuga in Francia di Unicredit.  A rispolverare il vecchio ma sempre attuale flirt tra la banca italiana e SocGen, alimentato anche dal fatto che l’ad dell’istituto milanese, Jean-Pierre Mustier è stato un alto dirigente del gruppo transalpino, è il Financial Times. Secondo il quotidiano della City sono mesi che il manager francese starebbe valutando l’ipotesi. Le trattative per una fusione, in gran voga da quando Mustier è arrivato al timone di Unicredit, con declinazioni varie che in un recente passato sempre a livello di indiscrezioni hanno coinvolto anche le Generali, sarebbero comunque alla fase iniziale e sarebbero state complicate dalla situazione politica italiana.

Quindi non ci sarebbe sul tavolo alcuna offerta formale. In ogni caso, secondo alcune fonti sentite dall’Ft, la seconda banca in Francia non sarebbe pronta a un’operazione di fusione o acquisizione almeno per un altro anno. UniCredit e Société Générale sono tra le maggiori banche europee, ciascuna con una capitalizzazione di mercato di circa 32 miliardi di euro.

L’indiscrezione, fondata o meno che sia, ha inizialmente messo le ali al titolo Unicredit che lunedì 4 giugno in Piazza Affari in apertura guadagnava quasi il 2 per cento per poi virare in negativo in scia alle smorzate transalpine arrivate intorno alle 10. Anche Societé Generale a Parigi si è messa a correre in apertura. L’istituto transalpino, però, beneficia anche dell’accordo con le autorità americane e francesi per chiudere le indagini sulla manipolazione dei tassi di interesse e sul presunto pagamenti di tangenti a funzionari libici.

In particolare, Société Générale ha chiuso intese di massima con il dipartimento di Giustizia e la Commodity Futures Trading Commission degli Stati Uniti, che chiuderanno le loro indagini sulla manipolazione del tasso Libor e ancora con il dipartimento di Giustizia Usa e il procuratore finanziario francese (Pnf) che spegneranno a loro volta il faro su alcune transazioni con le controparti libiche. Gli accordi con l’Ufficio finanziario nazionale francese e il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti “richiedono l’approvazione giudiziaria e saranno presentati ai tribunali francesi e americani nelle udienze che si terranno rispettivamente il 4 e il 5 giugno”, si legge in un documento. Gli esborsi sono già completamente coperti da un accantonamento per spese legali da 1 miliardo di euro già incluso nei conti di SocGen, che fornirà “maggiori dettagli” una volta che le autorità competenti li avranno “resi pubblici”.

Quanto all’eventuale fusione con Unicredit, Société Générale nonostante l’indiscrezione circolasse da ore, ha atteso le dieci per far sapere che non si è tenuta alcuna “discussione del suo consiglio di amministrazione in vista di una eventuale fusione” con la banca italiana. Quest’ultima invece, come da prassi, si astiene: “Non commentiamo mai su rumors e speculazioni”, spiega un portavoce ricordando che “il nostro piano Transform 2019 si basa su presupposti” di crescita “organici”. Secondo l’Ft sarebbe in ogni caso Mustier a studiare il progetto, forse già ideato al momento dell’aumento di capitale di Unicredit da 14 miliardi portato a termine nel corso del 2017. Proprio nella fase di ricapitalizzazione, nei colloqui che il banchiere intratteneva con gli investitori, l’ad aveva spiegato che uno degli obiettivi dell’operazione era portare Unicredit ad una capitalizzazione più alta di quella di Société Générale, sorpasso che si è verificato venerdì scorso alla chiusura dei mercati quando l’istituto italiano valeva 33 miliardi contro i 32 dei francesi. Quindi si tratterebbe di un matrimonio tra pari.

Gli analisti finanziari non si stupiscono per il ritorno delle indiscrezioni ma dubitano di vedere un’operazione a breve, sia perché Unicredit è impegnata fino al 2019 in un piano industriale che non considera i matrimoni, sia per i “significativi” ostacoli politici e regolamentari che un matrimonio tra due banche sistemiche dovrebbe affrontare. Il merger dei due istituti, che capitalizzano 30-35 miliardi ciascuno, si qualificherebbe come “una fusione tra eguali” e presenterebbe poche sovrapposizioni, limitate sostanzialmente alla Russia, rileva Banca Akros. Nonostante la presenza di “significativi ostacoli regolatori e politici”, gli analisti non escludono che “in futuro” la fusione possa farsi “considerate le significative complementarietà dei due gruppi” anche se “la creazione di valore in termini di sinergie andrà messa alla prova”. Anche per Kepler Cheuvreux i due gruppi si gioverebbero di reti “piuttosto complementari” mentre le sinergie di costo sarebbero “consistenti”. Il consolidamento transnazionale, aggiunge il broker, “ha senso” e potrebbe godere dei favori della Bce, preoccupata per la bassa redditività del settore.

“L’operazione è stata oggetto di rumor negli ultimi dieci anni e la passata carriera di Mustier la rende anche più credibile”, afferma poi Mediobanca, di cui Unicredit è grande azionista e secondo cui “Mustier sta pensando all’M&A” in quanto “la banca è lunga di capitale”. Tuttavia gli analisti la considerano “un rischio per gli azionisti di Unicredit” e vedono una sua eventuale nascita “molto distante” nel tempo. “Pensiamo che Unicredit non sia pronta e il management ha confermato che l’attuale piano si basa su una strategia standalone che deve essere realizzata prima di considerare azioni aggiuntive”. Anche per Jefferies il contesto politico e regolatorio resta “un ostacolo significativo”.