Il processo di Torino a Silvio Berlusconi per il cosiddetto “Ruby ter” non si farà. Almeno per ora. Lo ha deciso il gup Francesca Christillin, che al termine dell’udienza preliminare ha deciso di rinviare gli atti alla procura. Il capo di imputazione deve essere riformulato (come aveva suggerito la difesa dell’ex Cavaliere). Il procedimento fa parte del terzo filone dei processi nati dal processo Ruby ed è arrivato ai magistrati di Torino dopo lo spacchettamento “per competenza territoriale” verso sette diverse procure voluto dal giudice Laura Marchiondelli il 29 aprile del 2016.

Nell’inchiesta sono imputati il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, accusato di corruzione in atti giudiziari, e l’ex infermiera di Nichelino (Torino) Roberta Bonasia. La donna, poi diventata modella e soubrette e per un periodo di tempo considerata la fidanzata di Berlusconi, secondo i magistrati ha partecipato alle cene di Arcore ed è stata pagata per rendere testimonianze non veritiere su ciò che accadeva nella villa di Berlusconi. Bonasia è accusata di calunnia, falsa testimonianza e corruzione in atti giudiziari.

Da una prima lettura dell’ordinanza del gup, sembra che al centro del rinvio degli atti alla procura ci sia un appartamento al 22esimo piano della Torre Velasca, a Milano, in cui sembra che Bonasia abbia abitato gratuitamente dal 2008 al 2016. La pm Longo aveva deciso di non includere l’appartamento di Torre Velasca tra i capi di accusa, perché il contratto di affitto risale al 2008 (due anni prima che l’ex infermiera conoscesse Berlusconi), ma secondo il gup è un passaggio fondamentale. Perché? Se il nuovo capo di accusa nella parte relativa all’immobile parlasse di condotta “commessa da data imprecisata fino al 2 febbraio 2016”, il processo dovrebbe essere trasferito a Milano per ragioni di competenza territoriale.

A margine dell’udienza che si è tenuta a Palazzo di giustizia l’avvocato difensore dell’ex premier, Federico Cecconi, ha dichiarato che il filone torinese “non avrà conseguenze” sulla carriera politica del suo assistito. “È un processo sulla vita di una persona che si aggiunge a tanti altri, la cui conclusione è nota a tutti”, ha aggiunto. “Inoltre il giudice ha tutti gli elementi per pronunciare, anziché il rinvio a giudizio, una sentenza di non luogo a procedere“. Ma così non è stato: gli atti sono stati rinviati alla procura nell’eventualità di una nuova richiesta di rinvio a giudizio (con un diverso capo di imputazione).