C’è un’enorme questione che è stata totalmente ignorata in queste ultime ore, ore in cui al centro della scena pubblica sono stati unicamente i palazzi del potere, in apparenza – ma solo in apparenza – svincolati dall’esistenza concreta delle singole persone: è la questione dell’enorme sofferenza sociale che ha generato, attraverso il voto, ciò che stiamo vedendo in questi giorni, e cioè prima l’affermazione di due partiti di protesta e poi il tentativo di quest’ultimi di formare un governo che rispondesse  al desiderio collettivo di una maggior protezione sociale (vedi reddito di cittadinanza).

L’Italia che è andata al voto il 4 marzo è un’Italia, ce lo raccontano ormai tutti i rapporti sociali, tragicamente impoverita. Un’Italia in cui in poco più di dieci anni i poveri sono quadruplicati, la percentuale di disoccupati resta altissima, i working poor sono la maggioranza tra i lavoratori. Tradotto in termini concreti, significa che abbiamo oltre un milione di bambini che vivono in ambienti malsani e scarso cibo, milioni di giovani bloccati in un limbo di sofferenza e povertà, cinquanta-sessantenni che non hanno lavoro ma non possono accedere a nessun sussidio perché non ne esiste praticamente nessuno e devono aspettare fino a 67 anni per avere un assegno sociale miserevole che consentirà loro di fare la spesa e poco altro.

Questa Italia ha semplicemente chiesto un cambiamento dalle politiche di austerity che mentre non hanno ridotto il debito ma hanno aumentato unicamente il dolore delle persone, che oggi vanno avanti con disperazione, usando psicofarmaci, cercando soluzioni di compromesso – affittare una stanza, vivere nella stessa casa in tanti – barcamenandosi tra l’ansia del presente e la paura del futuro. Il risultato di Comuni devastati dai tagli è sotto i nostri occhi, ad esempio a Roma: nella nostra città non si taglia più l’erba, non si aggiustano più le buche, non si raccoglie l’immondizia, gli autobus vanno a fuoco, le aziende se ne vanno. E allora di fronte a questa desolazione, di fronte a uno scenario che va verso il sottosviluppo e il terzomondismo, è chiaro che l’indignazione, la protesta, la domanda insistente di un futuro diverso si è riversata verso quei partiti che hanno promesso più aiuto sociale e insieme più aiuto alle piccole e medie imprese, agli autonomi, una fascia sociale particolarmente ferita dai colpi della crisi. Dal punto di vista politico non importa che le promesse dei 5Stelle e della Lega fossero irrealizzabili, questo sarebbe stato un problema loro una volta al governo. Contava unicamente il fatto che avevano vinto e che dunque a loro spettava il compito di governare. Gli italiani avevano diritto, dopo anni stremanti di governi tecnici, oppure governi – vedi Renzi – andati al potere con leggi elettorali dichiarate incostituzionali, di avere un governo pienamente legittimo.

Così non è stato. Incredibilmente, ci ritroviamo, in una sorta di incubo, di fronte all’ennesimo governo tecnico. Beffa delle beffe, anche se Carlo Cottarelli è persona seria e le sue proposte hanno sempre mirato a ridurre gli sprechi, la persona chiamata a governare da Mattarella dopo il rifiuto al governo Lega-5stelle, è una persona che simboleggia tagli, il contrario di quello che gli italiani chiedevano. “Dovevo proteggere i risparmi degli italiani”, ha detto il Capo dello Stato. Certo, il pericolo spread è reale, ma non c’è dubbio che mentre proteggeva i risparmi degli italiani, Mattarella ha del tutto ignorato sia la loro voglia di contare votando sia l’immane emergenza sociale, alla base di un risultato elettorale completamente all’insegna della voglia di intervento statale. Cosa diversa dall’antieuropeismo, anche se purtroppo i tagli alla spesa hanno alimentato una profonda sfiducia verso l’Europa. La richiesta principale degli italiani il 4 marzo era semplicemente questa: non possiamo andare avanti così, qualcosa deve cambiare. L’Europa non ha capito nulla di questo, tanto meno lo hanno fatto i tedeschi, che hanno deriso sui loro giornali gli italiani in maniera francamente irritante, non c’è bisogno di essere nazionalisti per dirlo.

E dunque ora cosa ci aspetta? Purtroppo unicamente la ripetizione dell’identico. Perché si tornerà al voto, gli italiani, ancora più poveri, voteranno ancora più in massa i partiti a cui non è stato consentito governare. E ancora il Quirinale si troverà di fronte alla scelta di un governo fortemente critico verso l’Europa. Che senso, ha, dunque, prolungare l’agonia? Non era meglio dare fiducia a un governo politico, aspettandolo eventualmente al varco del fallimento? Alla fine, l’unica cosa che gli italiani percepiscono è che il loro voto non conta nulla. Che alla loro sofferenza non c’è risposta. Che la democrazia non esiste più, che andare alle urne non ha senso. Tanto che sarebbe quasi meglio evitare di votare, continuando con governi tecnici. Perché il voto è diventato ormai un’autentica farsa.

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Non riesco a rispondere a tutti i commenti, ma leggo tutto, grazie.