Era rimasta incinta del suo ragazzo, un compagno che frequenta la sua stessa scuola, e aveva deciso di tenere il bambino. Ma i genitori non erano d’accordo. Perciò hanno portato la giovane studentessa 19enne – pakistana e residente a Verona dal 2008 – nel loro Paese d’origine e l’hanno costretta ad abortire. Secondo il Corriere del Veneto, inoltre, la ragazza aveva già denunciato il padre per maltrattamenti lo scorso anno ed era stata ospitata per qualche tempo in una struttura protetta. Un episodio che ricorda la storia di Sana Cheema, la 25enne di Brescia uccisa in Pakistan perché, come sostenuto dai media locali, voleva sposare un italiano.

Secondo quanto riportato dal quotidiano L’Arena, l’istituto scolastico aveva deciso nei mesi scorsi di anticipare gli esami di maturità per la giovane pakistana, così da permetterle di portare avanti in serenità la gravidanza. Ma a gennaio la famiglia ha deciso di partire perché era prevista la celebrazione del matrimonio di un fratello. Così non è stato: la giovane è stata segregata in casa e costretta all’aborto con l’aiuto di un medico del posto. La ragazza è riuscita però a inviare alcuni messaggi via Whatsapp alle sue amiche in Italia per denunciare l’accaduto. Ha raccontato di essere stata “legata a un letto e sedata”. Testimonianza che le compagne hanno riportato ai docenti e di cui è stata informata la Questura scaligera. Gli investigatori hanno ora attivato il consolato pakistano in Italia e hanno messo a disposizione tutto il materiale e le testimonianze raccolte.

Sulla vicenda è intervenuto l’assessore ai servizi sociali del Comune di Verona, Stefano Bertacco: “Non c’è nessuna volontà da parte della famiglia di lasciare libera la ragazza alla quale, a quanto ci è stato riferito, sono stati sottratti i documenti ed è costantemente sorvegliata dalla madre e dalla sorella”. Il fratello e il padre, invece, spiega l’assessore, sono rientrati in Italia. “Purtroppo, la situazione si è spostata in Pakistan. Ci stiamo muovendo tutti ma essendo cittadina pakistana anche la Farnesina non ha molti margini di intervento”, aggiunge Bertacco, che fa riferimento anche ai problemi avuti in passato dalla ragazza con i suoi familiari. “Aveva aderito al Progetto ‘Petra’, la struttura che si occupa delle violenze sulle donne, in particolare tra le mura familiari. È stata ospitata in un appartamento protetto fino al 9 gennaio, quando ha comunicato che si era riconciliata con la famiglia e le è stato concesso, essendo maggiorenne, la libertà di scegliere e tornare a casa dai genitori”. La ragazza aveva anche chiesto di continuare a partecipare agli incontri di mutuo-aiuto organizzati dal Centro, “ma non ha mai partecipato. Ha comunicato che era andata in vacanza. Poi si è appreso che era tornata in Pakistan per il matrimonio del fratello, probabilmente è stata una scusa per farla allontanare da Verona. In seguito al Centro Petra si è presentato il fidanzato ed è scattato l’allarme”.

La Farnesina ha chiesto all’ambasciata d’Italia ad Islamabad di verificare con urgenza, con le autorità locali, le notizie relative alla studentessa. “Se così fosse – si legge in una nota – si tratterebbe di un gravissimo episodio. L’Italia difende con forza e in ogni circostanza il rispetto dei diritti umani e delle libertà e i diritti fondamentali sulla base della parità di uomini e donne”.