Il padre di Sana Cheema, già in arresto da tre settimane, ha confessato di aver ucciso la figlia, morta in Pakistan lo scorso 18 aprile in una vicenda di ‘delitto d’onore’. Lo riferiscono media pakistani, secondo cui l’uomo, cittadino italiano come la figlia, si è fatto aiutare da uno dei figli maschi per strangolare la ragazza, come ha mostrato l’autopsia realizzata dal Laboratorio forense del Punjab.

Confermata dunque l’ipotesi degli investigatori pachistani che lo scorso 24 aprile avevano arrestato il padre 55enne Mustafa Ghulam, lo zio Mazhar Iqbal e il fratello 30enne Adnan con l’accusa di omicidio e occultamento di cadavere. Ora rischiano la pena di morte o l’ergastolo, come ha spiegato l’ispettore della polizia pachistana Furqan Shahzad, visto che si tratta di un “delitto d’onore”. “Lo zio, il padre e il fratello di Sana sono in custodia della polizia locale. È ufficiale”, aveva detto il segretario della comunità pakistana in Italia Raza Asif.

Sana Cheema aveva lasciato Brescia, dove era cresciuta, a novembre. Non voleva accettare il matrimonio combinato che il padre pensava per lei e per questo sarebbe stata uccisa per ritorsione dalla famiglia pochi giorni prima di tornare in Italia, dove lavorava in una scuola guida per stranieri. Oltre al padre, al fratello e uno zio, è coinvolto anche un cugino di Sana che avrebbe trasportato il cadavere fino al luogo di sepoltura, e il medico che ha firmato il certificato di morte. “È stato proprio il medico ad accusare i familiari più stretti della 25enne”, aveva fatto sapere il segretario della comunità in Italia che è in stretto contatto con il Pakistan. “Ho parlato con le autorità pakistane chiedendo di avere la versione ufficiale, mi hanno confermato i tre arresti“, aveva spiegato Asif.

Padre, zio e fratello avevano anche tentato la fuga verso l’Iran, ma sono stati bloccati. La Procura di Brescia ha intanto aperto un’inchiesta, al momento senza ipotesi di reato e neppure indagati, affidata al sostituto procuratore Ambrogio Cassiani che si metterà in contatto con l’Ambasciata italiana ad Islamabad per avere tutta la documentazione sul caso. “Non pensavamo potesse sbloccarsi la vicenda”, aveva detto un coetaneo e connazionale di Sana. “Senza la pressione dei media non avrebbero mai autorizzato l’autopsia”, aveva aggiunto parlando dal quartiere bresciano dove la ventenne ha vissuto e lavorato fino a pochi mesi fa. La svolta è arrivata proprio dopo la denuncia degli amici di Sana che, attraverso il Giornale di Brescia, avevano chiesto alle autorità italiane di indagare sulla morte della ragazza.

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