Alitalia starà pure cambiando rotta, come recita la nuova campagna pubblicitaria della compagnia, ma continua a perdere soldi. L’ex compagnia di bandiera ha chiuso il primo trimestre 2018 con un rosso di 117 milioni. La perdita è dimezzata rispetto allo stesso periodo di un anno fa (-228 milioni), i ricavi sono in crescita (+4%) e in cassa ci sono ancora in cassa 759 dei 900 milioni del prestito ponte erogato dallo Stato. Ma il finanziamento è al centro di un’indagine di Bruxelles sugli aiuti di Stato. “Il carburante si consuma, proviamo a consumarne poco, ma si consuma – ha ammesso il commissario Luigi Gubitosi nel corso dell’audizione alla Commissione speciale del Senato – Qualunque cosa vorrà fare il nuovo governo, (…) che lo faccia presto”. Anche perché per le casse pubbliche il conto dell’amministrazione straordinaria Alitalia sale giorno dopo giorno. Con i tempi dell’intera procedura che rischiano di andare ben oltre il 31 ottobre, data ultima prevista per la cessione della compagnia, o il 15 dicembre 2018, scadenza per la restituzione del prestito ponte. Almeno secondo il decreto legge del 26 aprile 2018 che dovrà essere convertito nei prossimi giorni.

Intanto la procedura di cessione va avanti a rilento e con difficoltà. “A quanto sembra, nessuno dei potenziali acquirenti ha formalizzato una proposta per l’intera società”,  spiega Riccardo Gallo, docente di Economia applicata alla Sapienza di Roma con un passato da vicepresidente Iri e da componente del Comitato permanente di consulenza globale e di garanzia per le privatizzazioni al ministero dell’Economia e Finanze negli anni 2002-2007. “Questo significa che si va verso lo spezzatino. Bisognerà quindi liquidare tutto ciò che non sarà venduto per soddisfare i creditori con una procedura molto lunga e complessa”, aggiunge Gallo che è stato anche commissario della Autovox, azienda con un attivo da appena 25 milioni di euro per la cui liquidazione sono stati necessari 25 anni. “Tra aste deserte e accertamento di attivo e passivo, la liquidazione è una procedura lunghissima”, ricorda il professore. Secondo dati Cerved 2017, in Italia sono infatti necessari, in media, sette anni per liquidare una società. Difficile immaginare che un caso spinoso come quello di Alitalia possa fare eccezione, chiudendo in tempi record la procedura straordinaria avviata il 2 maggio dello scorso anno.

Ma allora, se le cose stanno in questi termini, quanto tempo e quanto denaro pubblico ci vorrà ancora per chiudere la partita Alitalia? E’ davvero difficile dirlo. Basti pensare che ad oggi non è ancora terminata l’amministrazione straordinaria di Alitalia Linee Aeree, la bad company dalle cui ceneri nacque nel 2008 la Cai dei capitani coraggiosi. Benché siano passati ormai dieci anni dall’inizio della procedura, la scorsa estate i tre commissari straordinari (Stefano Ambrosini, Gianluca Brancadoro e Giovanni Fiori) erano ancora alle prese con la cessione di un immobile a Barcellona per far cassa e pagare i creditori e i costi della procedura.

Più i tempi si allungano, più aumenta anche il conto degli ammortizzatori sociali, Alitalia si indebolisce e sale il rischio di non rivedere più il prestito pubblico. Il finanziamento in questione, che dovrebbe pagare il 9,9% di interessi, è in prededuzione. E verrà eventualmente ripagato con l’incasso della vendita. Se non fosse che finora, secondo indiscrezioni, il miglior offerente, Lufthansa, ha messo sul piatto appena 300 milioni per il solo lotto delle attività di volo (senza i servizi) chiedendo peraltro una cura dimagrante lacrime e sangue per il personale. “Nell’ipotesi che sia attendibile la cifra citata di 4mila esuberi, il sostegno pubblico alla loro uscita dall’azienda darebbe luogo a un onere annuo per la finanza pubblica superiore a 200 milioni di euro”, spiega il professor Ugo Arrigo in una nota del centro ricerche Cesisp dell’Università Bocconi. “Qualora la copertura statale dovesse protrarsi per sette anni, come già accaduto in occasione della crisi del 2008, l’onere totale raggiungerebbe 1,5 miliardi”, si legge nel documento stilato da Arrigo. “Ci sono tre possibili esiti – per Alitalia -: il primo è venderla, il secondo è chiuderla, il terzo è ristrutturarla – conclude il docente – Tuttavia il governo ha indirizzato da subito la gestione commissariale verso una rapida cessione (…). Nell’anno abbondante sinora trascorso la rapida cessione non è tuttavia andata in porto né sembra essere a portata di mano neppure qualora anche il governo entrante desiderasse perseguirla. Se questo percorso dovesse chiudersi restano gli altri due, dei quali l’unico favorevole è quello della ristrutturazione. Esso verrebbe tuttavia avviato dopo aver perso inutilmente oltre un anno su una strada senza via d’uscita”.