L’allungamento del prestito ponte dell’Alitalia è stato solo un modo per scavallare le elezioni. Il ministro Carlo Calenda sa bene che non c’è nessuna possibilità di salvare l’ex compagnia di bandiera, ma ha voluto guadagnare tempo per evitare che il caso deflagrasse in campagna elettorale. Con il risultato che la strategia del ministero dello Sviluppo economico renderà più caro il conto per le casse pubbliche. E’ lo scenario tracciato da Riccardo Gallo, docente di economia applicata alla Sapienza di Roma con un passato da vicepresidente Iri e da componente del Comitato permanente di consulenza globale e di garanzia per le privatizzazioni al ministero dell’Economia e Finanze negli anni 2002-2007. “Spero di essere smentito dal ministro Calenda, che è un ministro tecnico e che dovrebbe giustificare il suo operato sulla base di ragionamenti ed evidenze economiche. Tuttavia guardando i numeri, l’impressione è che il Mise si sia mosso sulla scia di opportunità politica piuttosto che economica”.

Ma quali sono i numeri e le evidenze che la spingono ad un giudizio così tranchant nei confronti dell’operato di Calenda sul caso Alitalia?
Nella mia esperienza professionale, ho avuto modo di svolgere l’incarico di commissario straordinario. E per la verità, negli anni, ho interpretato tutte le parti in commedia. Parlo quindi con cognizione di causa quando dico che i commissari hanno fatto delle richieste anomale ai potenziali acquirenti. E che da qui si può già desumere l’intenzione di voler prendere tempo a danno della compagnia, dei suoi creditori, dei lavoratori e delle casse dello Stato.

Si riferisce al bando per la vendita stilato dai tre commissari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari? Perché avrebbe rallentato la cessione dell’ex compagnia di bandiera?
Mi riferisco proprio al bando che ha chiesto ai soggetti interessati di presentare delle proposte per risanare la società oppure acquistarne dei rami d’impresa o, infine, acquistarla pezzo dopo pezzo in una procedura di liquidazione. La prima richiesta, cioè la proposta di risanamento, è assolutamente ridondante. Il ministro Calenda sa bene che i due precedenti advisor di Alitalia, Roland Berger e Kpmg, hanno rilevato problematiche economiche, non finanziarie. In pratica, il problema non sono i debiti, ma il mercato: il trasporto aereo ha ormai margini molto risicati per cui possono sopravvivere solo due tipi di compagnie, quelle di grandi dimensioni o quelle low cost. Alitalia non è né l’uno né l’altro. Questo significa che, anche con un’iniezione di liquidità, la società non potrà continuare ad esistere così com’è perché a stretto giro si ritroverà di fronte agli stessi problemi. Prova ne è il fatto che sono vent’anni che si va avanti così. Ecco perché dico che la richiesta dei commissari è stata fatta solo per prendere tempo e scavallare le elezioni come testimonia il fatto che, ad un certo punto, della soluzione risanamento non si è più parlato.

E’ possibile trovare dei riscontri alle sue affermazioni nei documenti di Alitalia?
Certo. Basta osservare gli ultimi bilanci della compagnia per capire che la perdita annua si attesta attorno ai 500 milioni. Nel 2013 il rosso è stato di 569 milioni, nel 2014 di 578 milioni. Nel 2015, anno del grande risanamento, la perdita è ammontata a 491 milioni per arrivare al dato negativo di 408 milioni del 2016. Non sono ancora disponibili i dati dello scorso anno, ma si sa che la compagnia ha perso 205 milioni nei primi due mesi. Facile stimare un rosso complessivo d’esercizio compreso fra i 500 e i 600 milioni di euro. Guarda caso il prestito ponte è stato concesso per un importo molto vicino alla perdita annua della compagnia. Facile intuire che l’obiettivo fosse coprire le perdite di un anno. Il suo allungamento di metà ottobre per un importo da 300 milioni dà ossigeno alla compagnia per altri sei mesi. Giusto il tempo di attendere l’insediamento del futuro governo che avrà tempo fino a fine agosto 2018 per affrontare la questione.

E’ possibile quantificare il danno che deriva da un commissariamento più lungo del previsto?
Assolutamente sì. Ma prima bisogna far chiarezza su un punto: il prestito ponte è un finanziamento prededucibile. Questo significa che quando la compagnia sarà venduta, l’incasso servirà innanzitutto a rimborsare il prestito. Più però si attende, meno la compagnia vale. Con il rischio concreto che l’incasso riesca a malapena a coprire l’importo del finanziamento ponte e che gli altri creditori restino a bocca asciutta. Le banche e Poste, legate a doppio filo con il sistema politico, hanno già del resto messo una croce sopra i loro crediti svalutandoli. I fornitori avranno la peggio. Per non parlare del fatto che la compagnia non avrà i soldi per pagare il Tfr ai dipendenti e che di conseguenza toccherà all’Inps farsi carico di questo fardello. Sarebbe davvero un brutto epilogo per un governo e un ministro tecnico. Ma, ripeto, spero di essere smentito dal ministro Calenda che, numeri alla mano, chiarisca perché si sono persi invano sei mesi per vendere l’ex compagnia di bandiera.