Le raccomandazioni, la rete di amici, parenti e conoscenze, sono ancora oggi il modo principale per trovare lavoro in Italia. Lo racconta il 90% di coloro che sono alla ricerca di un impiego. E la tendenza riguarda anche i laureati: uno su quattro ottiene un posto proprio attraverso le conoscenze. Come aveva suggerito tra le polemiche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, sostenendo davanti agli studenti bolognesi che è meglio “giocare a calcetto” piuttosto che “mandare in giro curricula”. Ma, almeno per quel che riguarda i laureati, farsi raccomandare non paga: chi lo fa non solo guadagna meno, ma tende anche a trovare posizioni più instabili e “meno appaganti“. Sono alcune conclusioni del 26esimo Rapporto annuale Istat, preziose mentre si discute di riforma dei Centri per l’impiego per far funzionare un eventuale reddito di cittadinanza.

Scesi di un milioni operai e artigiani – Se nel 2017 è proseguito l’aumento del tasso di occupazione, arrivato al 58% – un valore comunque ancora lontano dalla media Ue – nel complesso le persone in cerca di occupazione sono più di 2,9 milioni. Rispetto al 2008 e agli anni pre-crisi, la mappa del lavoro è nel frattempo radicalmente cambiata e il lavoro manuale ha segnato una decisa contrazione: sono scesi di un milione gli occupati classificati come operai e artigiani, mentre si contano oltre 860mila lavoratori in più nelle professioni esecutive nel commercio e nei servizi, in cui rientrano gli impiegati con bassa qualifica. L’Istat rileva ancora che se nell’industria si sono perse 895mila unità, nei servizi se ne sono invece guadagnate 810mila.

Sempre meno italiani tentano la strada dei Centri per l’impiego – L’87,5% si rivolge ai canali informali, quindi alle sue conoscenze. La maggior parte consulta anche annunci e pubblica inserzioni online o sui giornali. Mentre meno di quattro disoccupati su dieci dichiarano di aver tentato almeno una volta di trovare lavoro tramite centri per l’impiego, agenzie private o concorsi pubblici, affidandosi quindi ai canali istituzionali. L’attitudine a utilizzare i diversi canali è variata nel tempo, spiega l’Istat. In particolare, proprio tra il 2008 e il 2017 l’utilizzo dei canali formali istituzionali è sceso di 5,4 punti percentuali, mentre sono aumentati quelli non istituzionali e informali (rispettivamente +3,4 e +7,0 punti).

Chi trova lavoro? – Sono i giovani a utilizzare maggiormente una strategia multicanale, tentando più strade e servendosi molto di internet. Sull’utilizzo di questo metodo sono inoltre molto forti le differenze territoriali: nel Mezzogiorno viene usato da meno di un disoccupato su quattro. A un anno di distanza, dal 2016 al 2017, tra chi ha trovato lavoro più della metà dichiara di esserci riuscito tramite canali formali, soprattutto al Nord, tra i giovani e tra coloro che hanno un titolo di studio universitario. All’opposto, la quota di chi ha trovato lavoro attraverso canali informali cresce soprattutto al Sud (50,6 per cento), tra le persone con più di 50 anni e tra coloro che hanno il titolo di studio più basso. Nel complesso, le raccomandazioni di parenti, amici e conoscenze nel mercato del lavoro sono serviti a quattro disoccupati su dieci del 2016 che hanno trovato lavoro nel 2017 e sono la più diffusa azione di ricerca tra i neo-occupati (usata da nove su dieci).

Più soddisfatto chi ha passato un concorso – Un giovane laureato su quattro trova lavoro attraverso una segnalazione di parenti o amici o la conoscenza diretta del datore di lavoro, sottolinea sempre l’Istat. Ma, si legge nel rapporto, chi invece trova lavoro con canali formali dichiara una “maggiore soddisfazione per l’impiego ottenuto”. L’inserimento lavorativo attraverso le segnalazioni di familiari o amici porta infatti a ottenere un impiego caratterizzato in assoluto da retribuzioni più basse, minore stabilità e coerenza con il percorso di studi concluso. Al contrario, le selezioni attraverso un concorso pubblico o la segnalazione dell’università portano a impieghi qualitativamente superiori, garantendo inoltre al laureato di utilizzare le proprie conoscenze.

Il rischio di “sovraistruzione” – Il pericolo per diplomati e laureati è quello di trovarsi in una situazione di insoddisfazione per la mancata valorizzazione dei propri studi. Il 38,5% dei diplomati e laureati di età compresa tra i 15 e i 34 anni (circa 1,5 milioni) dichiara infatti che per svolgere adeguatamente il proprio lavoro sarebbe sufficiente un livello di istruzione più basso rispetto a quello posseduto. In pratica, questa condizioni si traduce in guadagni ridotti, inferiori opportunità di carriera, minore interesse per il lavoro svolto e, più in generale, minore soddisfazione lavorativa.

L’istruzione come fattore protettivo anche tra i giovani – Nell’ultimo decennio la riduzione del tasso di occupazione è stata più contenuta per i laureati, che hanno quasi recuperato il livello del 2008 (78,3 per cento contro il 78,5). Chi ha un elevato tasso di istruzioni ha avuto più probabilità di trovare lavoro nel 2017 anche tra i Neet, ovvero i giovani tra i 15 e i 29 anni non occupati e non in formazione che rappresentano oggi 2,2 milioni di persone. Anche nell’ultimo anno si è registrata una leggere diminuzione (-1,1 per cento), anche se più debole rispetto al forte calo del 2016. Il segmento più numeroso tra i Neet è comunque costituito da persone in cerca di occupazione: 898 mila persone, il 41% del totale.