Nel 1968 nel documentario Rai “I giardini di Abele” il giornalista Sergio Zavoli chiede a Franco Basaglia: “È interessato più al malato o alla malattia?”, e lo psichiatra risponde: “Decisamente al malato”. È in questa ormai famosa affermazione che sono racchiusi il pensiero e l’opera di Franco Basaglia, l’uomo che rivoluzionò la realtà dei manicomi fino ad avviarli alla dismissione e alla chiusura sancita dalla legge 180 del 13 maggio 1978, che da lui prende il nome. “A suo tempo è stata una rivoluzione avvenuta in un contesto di grande dinamismo politico e culturale che comincia negli anni Sessanta e si conclude poco prima della morte del professore, nel 1980” racconta a ilfattoquotidiano.it Oreste Pivetta, giornalista e autore del libro Franco Basaglia, il dottore dei matti (Baldini&Castoldi), che comincia proprio con la citazione di quella nota intervista con Zavoli. Come si ricorda nel volume, che ripercorre la vita dello psichiatra veneziano, sono gli anni delle grandi lotte operaie e studentesche, dell’avvio della cultura libertaria del ’68, delle grandi riforme sociali che si chiudono proprio con la legge 180, che anticipa di pochi giorni quella sull’aborto e viene approvata proprio quattro giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. Un ventennio di vivacità culturale in cui Franco Basaglia, “intellettuale, ma anche grande riformatore e politico”, continua Pivetta, riuscì a costruire quella che Norberto Bobbio definì “l’unica vera riforma mai realizzata in Italia”.

Negli anni Settanta gli istituti psichiatrici in tutto lo Stivale erano un centinaio, diverse migliaia gli internati, relegati in strutture simili a carceri in cui vigevano i metodi di contenimento come le camicie di forza e le gabbie. Dentro, secondo la normativa manicomiale del 1904, non finivano solo i malati psichici, ma anche persone che per varie ragioni venivano etichettate come “matti” e considerate pericolose per sé e per gli altri. “Il manicomio prevedeva la cura e custodia del malato, era una specie di carcere senza fine pena in cui si perdeva ogni diritto” spiega Pivetta. Basaglia comincia il suo lavoro proprio dalle condizioni delle strutture. Cresciuto a Venezia in una famiglia benestante, a contatto con persone di cultura, durante gli studi in medicina a Padova diventa antifascista e per la sua opera di propaganda contro il regime finisce in carcere dalla fine del ’44 fino alla Liberazione. Un’esperienza che gli torna alla mente quando, nel 1961, entra come direttore nell’ospedale psichiatrico di Gorizia. “Qui Basaglia sperimenta l’uguaglianza tra due istituzioni totali, il carcere e il manicomio – racconta il giornalista – e da qui comincia a smantellare la struttura in cui opera”. Un passo alla volta, si va nella direzione di ridare agli internati i propri diritti: vengono cancellate le misure di contenimento, per i degenti arrivano gli specchi e i comodini per conservare gli effetti personali e farli riappropriare della propria identità di persone. L’esperienza di Basaglia continua nell’ospedale psichiatrico di Colorno, nel parmense, dove incontra Mario Tommasini, un altro innovatore del sociale con cui collaborerà a lungo, fino allo smantellamento del San Giovanni di Trieste con l’episodio simbolo del corteo guidato dal cavallo azzurro di cartapesta Marco Cavallo, dove gli internati e gli operatori sfilarono per le strade insieme ai cittadini. È il 1973, il lavoro di Basaglia continua a Roma e all’estero, e cinque anni dopo viene approvata la legge Basaglia, che impone la chiusura dei manicomi e regolamenta il trattamento sanitario obbligatorio istituendo i servizi di igiene mentale.

L’eredità della legge
Quarant’anni dopo l’approvazione della legge 180, gli ospedali psichiatrici sono stati sostituiti da centri di salute mentale, strutture residenziali psichiatriche, residenze per le misure di sicurezza (Rems) o progetti di sostegno alla persona e assistenza domiciliare. Anche se la differenza, nell’efficienza o meno dei servizi per i malati psichici, l’hanno fatta i governi delle regioni. “Non è vero, come molti dicono, che la legge non ha funzionato – commenta Pivetta – Dove c’è stata una volontà politica di chi governava, la legge ha operato in modo positivo”. Casi virtuosi sono quelli del Friuli Venezia Giulia, tra Gorizia e Trieste, dove sono rimaste più vive le tracce del lavoro di Basaglia, ma anche dell’Emilia Romagna, con realtà come quelle sperimentate grazie all’impegno di Tommasini, e della Lombardia, con progetti che coinvolgono associazioni e famiglie dei malati. “La cosa più importante è che prima di Basaglia i malati venivano segregati in luoghi nascosti, ma anche emarginati culturalmente perché il matto era qualcosa da nascondere e occultare – continua Pivetta – Basaglia ha ridato ai malati il diritto di essere persone all’interno della società”.

Opg e Rems, problema ancora aperto
Un altro grande traguardo nella cura del disagio mentale è stato raggiunto, pochi anni fa, con la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, strutture in cui soggetti affetti da disturbi mentali con alle spalle reati penali, erano sottoposti a una misura di sicurezza. Il cambiamento, sancito dalla legge 81 del 2014, attuata nel 2015, ha portato alla dismissione delle strutture. Al loro posto sono state costituite le Rems, residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza gestite dalla sanità territoriale in collaborazione con il ministero di Giustizia, che oggi ospitano circa 600 pazienti con misure provvisorie e definitive. Il problema però è che il sistema presenta ancora delle falle. Secondo il quattordicesimo rapporto dell’associazione Antigone sulle condizioni di detenzione di marzo 2018, a preoccupare sono il numero di pazienti in misura di sicurezza provvisoria e le “liste d’attesa” di quanti dovrebbero entrare nelle Rems. Nelle 30 strutture italiane sono ricoverate 599 persone, di cui 54 donne (il 9 per cento, quasi il doppio delle donne detenute in carcere), numeri che corrispondono ai posti disponibili. “Eppure – si legge nel rapporto – le liste di attesa esistono e sono piuttosto affollate”, e l’attesa solitamente trascorre in carcere. Nel 2017 a livello nazionale i detenuti in “coda” erano 289, oggi in Lombardia c’è una lista di attesa di 8 persone, in Piemonte di 13 (di cui 4 “attendono” in carcere) e in Campania di 44 (di cui 18 in carcere). “C’è la tendenza a utilizzare le Rems come ‘discarica sociale’ – spiega a ilfattoquotidiano.it Vincenzo Scalia di Antigone – In più molti operatori giudiziari agiscono come se esistessero ancora gli ospedali giudiziari, come se le Rems fossero dei sostituti, quando invece non dovrebbe essere così”.

Altro aspetto critico è che rispetto all’anno precedente, i pazienti delle Rems con una misura di sicurezza provvisoria e in attesa di sentenza definitiva, che dovrebbero rappresentare un’eccezione, sono aumentati del 22 per cento, per un totale di 274, ovvero quasi la metà del totale degli ospiti delle strutture. Dall’altra parte invece i prosciolti per vizio totale di mente ma socialmente pericolosi, sono solo 215, pari al 37 per cento del totale. Il problema è dovuto alla lentezza della macchina giudiziaria e anche all’ambiguita di certe situazioni. “Nelle Rems finiscono anche persone con problemi di tossicodipendenza o di salute – continua Scalia – Per questo sarebbe necessario rimarcare i confini tra disagio psichico e situazione penitenziaria.”

Infine, sbilanciato secondo Antigone è anche il saldo tra ingressi e dimissioni. Nel 2017 sono entrate nel circuito Rems 46 persone in più di quelle che sono uscite. Tra gli ingressi, il 26 per cento delle persone provenivano dal carcere, a conferma, scrive Antigone, di una connessione tra la questione penitenziaria e la questione Rems. Sul fronte delle dimissioni invece, più della metà dei casi, ovvero 180, sono state in realtà trasformazioni da misura di sicurezza detentiva a misura di sicurezza non detentiva, nelle forme della libertà vigilata. “Questo significa – conclude il rapporto – che buona parte di chi esce dalla Rems continua ad essere sottoposto a un controllo istituzionale”. Altro problema è che mancano le risorse a livello territoriale per la gestione: “Il sistema delle Rems funziona ed è un passo positivo – conclude Scalia – ma bisognerebbe investire sui servizi del territorio per superare il limbo tra carcere e ospedalizzazione”.