Ho ricevuto centinaia e centinaia di commenti, alcuni positivi, moltissimi negativi, molti veri e propri insulti di ogni genere, per aver scritto che l’intervento del governo italiano sul caso Alfie – la cittadinanza concessa in due ore, l’aereo pronto per partire, l’intervento del Bambino Gesù e di altri ospedali – era a mio parere assurdo, incomprensibile, dettato da semplice zelo ideologico. In pochi però si sono soffermati sulla mia critica ai politici italiani, quasi tutti hanno inteso che io fossi apertamente a favore di uno Stato che stacca la spina a un bambino e lo lascia morire soffocato. Insensibile, senza cuore, fino ad arrivare all’epiteto di nazista.

A differenza di Michele Serra che parla di chattismo compulsivo che non considera “parola”, io rispetto ogni persona che decide di prendere “carta e penna” e scrivere. Credo che in ogni commento possa esserci un seme di verità, persino nei peggiori, quelli scritti con rabbia, livore, vero e proprio odio. E dunque, se i commenti erano centinaia, evidentemente ho toccato una corda sensibile, forse la più sensibile: quella che riguarda la cura di un bambino, la sua protezione, un gesto primario e ovvio, contro la scelta di “sopprimerlo”, lasciandolo senza aria e acqua.

Mi preme chiarire, però, che il senso del mio pezzo non era dichiarare la legge inglese sia una legge giusta o perfetta. Ho spiegato che è una legge che sostiene che i genitori non siano gli unici a decidere, ma devono farlo con i medici, e quando non c’è accordo tra le due parti, evento raro perché è ovvio che anche i medici siano sempre dalla parte della cura e dalla guarigione, chiede a un giudice, cioè allo Stato, di intervenire. Non ho esitato a definire che quella che si è venuta a configurare una situazione letteralmente tragica. Pensavo oggi a come il caso Alfie ricordi la tragedia greca di Antigone, la sua ribellione contro la dura ragione di Stato che le impediva, nel caso di Antigone, di seppellire il cadavere del fratello lasciandolo in pasto agli uccelli.

Ma nella tragedia greca non ci sono vie d’uscita e così, purtroppo, nel caso di Alfie. C’è chi mi ha scritto parlava di “lasciare in piedi la speranza”, ma non c’è speranza in questa storia, perché quel bambino non sarebbe mai guarito, solo – altrove – avrebbe continuato a essere tenuto in vita in uno stato praticamente vegetativo. La tragedia sarebbe stata semplicemente dilazionata, e sarebbe continuata a esistere anche una volta che i riflettori fossero spenti e noi ci fossimo dimenticati di Alfie e della sua famiglia. La verità, inoltre, è che su queste vicenda non ci sono certezze ma posizioni opposte e inconciliabili. La sospensione delle cure è eutanasia? In una bella intervista sul caso, Mons. Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, ha definito la sospensione delle cure ad Alfie “non una soppressione ma la fine di un accanimento terapeutico”.

In tanti mi hanno chiesto cosa avrei fatto io al posto dei genitori di Alfie. Non lo so e non posso saperlo, anche se ho due figli e conosco le emozioni (sulle quali ho tanto scritto) che si provano quando un figlio nasce da te e a te si affida con tutto se stesso. Forse avrei fatto come loro, scendendo in piazza per difendere il diritto a non staccare le macchine. Forse avrei chiesto altro tempo, che in questa vicenda è stato oggettivamente poco, per elaborare il mio lutto. Forse avrei portato avanti una battaglia per chiedere l’eutanasia pediatrica, tema di cui parlano in pochissimi, come ho scritto, e che invece secondo me può rappresentare un vero gesto di compassione quando un bambino è definito incurabile al cento per cento. Come giornalista mi sono messa nei panni altrui centinaia di volte prima di scrivere articoli. Ma questo è un caso troppo complesso ed è impossibile farlo senza essere i genitori di quel bambino.

Ciò che mi interessava denunciare, però, era altro, ovvero l’uso strumentale della retorica della vita da parte del nostro governo. Vorrei ricordare che coloro che si battono contro la crudele “ragione di Stato inglese” dimenticano quanto la ragione di Stato italiana sia stata crudele con i corpi delle persone, bambini compresi. Se in Inghilterra una legge impone la sospensione dei trattamenti, in Italia fino a pochi mesi fa (cioè fino all’introduzione del cosiddetto “testamento biologico”) fa la legge vietava, pena il carcere, l’interruzione dell’idratazione e dell’alimentazione sia ai genitori di minori in coma irreversibile – o parenti in generale: vedi il caso Englaro, la cui vicenda, con gli incredibili folli interventi legislativi e politici del centro destra, è inquietante a ricordarla ancora oggi – sia a persone con malattie degenerative come la Sla destinate a morire atrocemente soffocate. Senza nessun intervento dei “pro life”.

E allora, ripeto, ci mobilitiamo in maniera enfatica e ideologica, per un caso che riguarda un bambino di un altro Paese europeo, convinti difendere “la vita”, quando ogni giorno la vita dei bambini del nostro paese viene calpestata nell’indifferenza dei nostri politici e di chi pensa di avere il monopolio dell’esistenza. Non vedo, e non è moralismo o retorica, politici e governi stracciarsi le vesti per le decine di piccoli schiacciati nelle stive dei barconi o affogati prima di arrivare a riva, né per i milioni di bambini italiani poveri, un numero in costante crescita, che non hanno un’alimentazione adeguata né luce e aria a sufficienza.

Non vedo ministeri della Salute preoccuparsi della salute dei bambini, dell’obesità crescente, né di quei duemila che muoiono ogni anno per arresto cardiaco perché non ci sono defibrillatori nelle scuole e nelle case. Sono solo pochi di centinaia e centinai di esempi. Di tutto questo, e altro ancora,  non importa a nessuno. Ma impedire alle donne di abortire e accorrere all’ultimo respiro di chi muore sembra essere l’unico interesse di chi crede di schierarsi per la vita. Tutto il resto, no.