Non bastano le poliziotte in strada né le app per lanciare allarmi. Non bastano gli appelli né il richiamo al rispetto. Ancora una volta, ancora dall’India arriva l’ennesima notizia di uno stupro ai danni di una bambina. E il paese asiatico è sconvolto anche da un altro aspetto: il fatto che polizia e magistratura non sembrano in grado di assicurare alla giustizia i responsabili dei crimini che si fanno spesso scudo di protezioni religiose o politiche. L’ultimo episodio è quello di piccola, di identità ancora sconosciuta e di età fra i nove e gli 11 anni, che è stata sequestrata, torturata, violentata e strangolata dieci giorni fa nello Stato di Gujarat. Il suo cadavere, ritrovato da un passante vicino ad un campo di cricket di Surat, era seminudo ed in uno stato pietoso, con almeno 86 ferite, alcune delle quali nelle parti intime.

Questo nuovo orrore è emerso quando ancora non si è spenta l’eco per lo stupro e assassinio in Kashmir della piccola nomade musulmana Asifa, 8 anni, da parte di un branco formato da avvocati e poliziotti, e guidato da un religioso indù. Un caso che si trascina da mesi, e che è bloccato dalla mobilitazione di potenti leader locali a protezione del gruppo di persone responsabili delle violenze.

Come la dolorosa vicenda di una ragazza di 17 anni, per fortuna sopravissuta, che Kuldeep Singh Sengar, un parlamentare locale dell’Uttar Pradesh, ha invitato a casa sua per proporle un posto di lavoro: una volta nella residenza, la ragazza è stata sottoposta a brutali vessazioni sessuali da parte sia dell’uomo, ora arrestato, sia di un suo fratello. Queste due  storie hanno suscitato l’imbarazzo delle autorità indiane per la mancanza di una immediata giustizia, e provocato una rivolta della società civile scesa in piazza in questi giorni in numerose città, fra cui di nuovo oggi anche New Delhi, Mumbai e Kolkata.

Intanto il team di poliziotti e magistrati che si occupano del cadavere rinvenuto in Gujarat sono in difficoltà perché nonostante il fatto che la foto della bambina sia stata fatta circolare sui media e nei social network, nessuno si è presentato per la sua identificazione. Questo ha portato gli inquirenti ad ipotizzare che la vittima non sia della zona ma sia stata trasportata a Surat da un’altra città o Stato indiano dalla persona che ha commesso il delitto, probabilmente per avere più tempo per far perdere le proprie tracce. La conferma della brutalità del crimine è venuta dal medico che ha praticato l’autopsia a Surat, il dottor Ganesh Govekar, il quale ha dichiarato: “A giudicare dalla natura delle ferite, sembra che il calvario sia durato da una settimana ad un giorno prima del rinvenimento del cadavere, e ciò conforta l’ipotesi che la bimba sia stata prigioniera, torturata e violentata“.