Dopo la cronaca minuto per minuto (quasi al limite del voyeurismo) nella progressione dei presunti “preliminari” tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini come dei “battibecchi” sul 51% e lo 0% di possibilità del lunedì nero – a cui hanno saputo sottrarsi ben pochi analisti e commentatori (ovviamente meno di tutti quelli televisivi) -, ora, in concomitanza con il calendario comunicato da Sergio Mattarella, sembra che cominci a farsi strada anche qualcosa di più serio e politico (nell’accezione migliore) di cui forse anche i troppi cultori del retroscenismo “gossipparo” dovranno alla fine occuparsi.

Questi ultimi giorni a ridosso del secondo giro di consultazioni, in cui si è accentuato lo stallo e si è materializzata molto plasticamente la possibilità di ritornare al voto in tempi relativamente brevi anche se non immediati, sembrano avere portato consiglio ad alcuni (ancora pochi) tra quelli ancora in stato confusionale dopo la batosta (poco elaborata ed ancor meno analizzata) che cominciano “sottovoce” a domandarsi che cosa potrebbe rimanere del loro partito se rimanessero sdegnati “spettatori” all’ombra di Matteo Renzi.

Nel Partito democratico ancora terremotato del post trauma non c’è solo chi – come Lorenzo Guerini – liquida l’indisponibilità assoluta di Di Maio al governo con Silvio Berlusconi e con “l’ammucchiata del centrodestra“, sentenziando con palpabile disprezzo che “tra Lega e Movimento 5 stelle c’è un finto litigio, aspettano di liquidare Forza Italia“; obiettivo peraltro altamente auspicabile per molti elettori dotati di senso civico che hanno votato per tanto tempo il Pd e hanno preferito dare fiducia al M5s anche per non assistere più a un nuovo Nazareno.

Ma, come si è visto chiaramente all’assemblea dei gruppi parlamentari del Pd, cominciano a circolare molte voci della minoranza – anche non accanitamente antirenziane come quella di Dario Franceschini – di forte contrarietà all’ibernazione del partito in un’opposizione a prescindere e a oltranza, senza saper bene a cosa e a chi. Secondo Franceschini – che non si è limitato a dissentire dalle posizioni definite molto impropriamente aventiniane e ha attaccato il capogruppo Andrea Marcucci per il tifo a favore di “un governo M5s-Lega quanto prima” – il Pd deve prepararsi a una seconda fase in cui non si può più stare a guardare e bisogna “evitare un governo M5S-Lega per il bene del Paese“.

Naturalmente, anche se altri nomi di peso della minoranza come Andrea Orlando e Francesco Boccia hanno condiviso l’inizio di “ravvedimento”(non sappiamo ancora se e quanto operoso) espresso da Franceschini, la rinnovata disponibilità di Di Maio a “dare tempo ai partiti” è stata bocciata senza appello dal segretario reggente Maurizio Martina e bollata come“un’operazione trasformistica e di potere” dal capogruppo alla Camera Graziano Delrio.

Ma l’analisi più puntuale, intransigente e utile della sconfitta – anche per trovare una bussola nell’attuale stato di protervia confusionale e più ancora in vista della prossima assemblea nazionale del Pd – l’ha fatta il veltroniano Andrea Morassut, rieletto in Lazio e testimone della rovina che – come aveva già denunciato nel 2013 – avevano comportato “le consorterie correntizie” (il sistema pervasivo delle tessere gonfiate e della selezione al contrario personale politico nel partito). In sintesi, l’ex assessore alla Cultura che per primo aveva denunciato “il ciarpame” annidato nei circoli del Pd romano – oggetto dell’indagine in buonissima parte infruttuosa di Fabrzio Barca – è ripartito da due temi chiave: la questione morale e il garantismo.

La prima rimossa se non irrisa senza soluzione di continuità da quando Enrico Berlinguer la pose, condannandosi a un isolamento totale all’esterno come all’interno del partito. Il secondo (principio connaturato allo stato di diritto) piegato strumentalmente da garanzia processuale – per cui la colpevolezza viene riconosciuta con la condanna definitiva – a “garanzia di una carica pubblica o di un ruolo di potere fino all’ultimo grado di giudizio“.

È quasi inutile ricordare la declinazione di questi due “punti cardinali”per una forza che si spacciava di rinnovamento nonché di “rottamazione” nell’era renziana. Il richiamo per il Pd a ripartire di qui mi sembra che sia fondamentale per quello che la delegazione potrebbe andare a dire a Mattarella tra poche ore come per scelte di più lungo periodo, ma dubito fortemente che possa essere raccolto.