Parole pesanti e accuse mirate, che scomodano anche Enrico Berlinguer e la sua questione morale. Roberto Morassut, deputato di lunga data neoeletto in quota Pd nel Lazio e membro della Direzione del Nazareno, ha scelto la cornice del suo blog sull’Huffington Post per fare un’analisi della sconfitta dei dem alle elezioni. E per dettare la linea, la sua linea, alla prossima Assemblea nazionale del partito.

“Il tema che voglio porre è il garantismo del Pd e la questione morale“, scrive Morassut, veltroniano di ferro (fu scelto nel 2001 dall’allora sindaco di Roma Walter Veltroni come assessore all’Urbanistica). La vita interna del Pd è stata regolata “in modo sempre più pervasivo dal 2009 in poi” da un “patto di sindacato tra consorterie correntizie“. Otto anni sui dieci di vita del Partito dominati da regole lontane dal suo spirito costitutivo. È accaduto, prosegue il deputato romano, con la “selezione delle candidature”, con i “versamenti degli eletti al Partito” e con “le modalità di svolgimento del tesseramento” che lo stesso Morassut aveva denunciato come irregolari e gonfiate nel 2013. Come nel caso di Roma, quando le sue critiche al “ciarpame” del Pd locale avevano ricevuto in cambio “attacchi e insulti”, salvo poi assistere all’affidamento a Fabrizio Barca di un’indagine sullo stato di salute dei circoli romani del Partito. Operazione che, ribadisce Morassut, si è conclusa con un ritorno “agli antichi vizi, magari attenuati ma sempre vivi“.

Il deputato, classe 1963, critica anche la tendenza garantista, a suo dire eccessiva, dei dem negli ultimi anni. “Io penso che aver calcato ostentatamente la voce solo sul ‘garantismo‘ come codice comportamentale e culturale del Pd nella valutazione dei gruppi dirigenti, degli eletti, delle candidature e via dicendo sia stato un grosso errore“. Garantismo, spiega il deputato, vuol dire non considerare colpevole una persona fino al pronunciamento dell’ultima Corte, e “non ‘garantire’ a essa l’esercizio di una carica pubblica o di un ruolo di potere fino all’ultimo grado di giudizio”. Una tendenza percepita come impunità dall’opinione pubblica. Su questo tema Morassut chiede un bilanciamento tra rigore e tolleranza, perché “ritirare un incarico, evitare una candidatura, dare delle dimissioni non vuol dire emettere una condanna“.

Un’analisi, quella del parlamentare romano, che mira a rendere “il più possibile vero e sincero” il dibattito all’interno del Partito in vista della stagione congressuale. Con una proposta precisa: rifondare il Pd e trasformarlo in un “movimento democratico”, una rete più che un partito, da cambiare anche nel nome. Fuori la parola “partito”, dentro i “Democratici“. L’unica strada percorribile, secondo Morassut, per salvare quello che resta del Pd “dopo vari rovesci elettorali e referendari che non lasciano più spazio a bizantinismi verbali, anche se tardano a vedersi decisioni conseguenti”.