“Stay silent, stay alive”. Se avete qualche amico/a o compagna/o che quando andate al cinema parla in continuazione, vi possiamo assicurare che se lo/a porterete a vedere A quiet place tacerà per almeno un’ora e trenta. Perché attenzione, nel film diretto da John Krasinski chi parla anche sottovoce, chi emette un suono o provoca un rumore minimamente percepibile oltre i 20/30 decibel finisce straziato e divorato da lestissimi e ipersensibili mostri che piombano in pochi secondi sull’uomo/animale preda. E l’effetto “silenziatore”, ve lo assicuriamo, varrà anche per il vostro spettatore ciarliero. Già, perché A quiet place è uno di quegli horror che sembra progettato per far diventare il pubblico parte attiva di una tensione crescente, e non solo osservatore passivo dell’evoluzione di una trama con colpi di scena. Insomma, il film di Krasinski, che se l’è anche scritto (con Scott Beck e Bryan Woods) e interpretato con notevole maestria (sulla recitazione con gli occhi del nostro parliamo più avanti) assieme alla moglie nella vita come nel film, Emily Blunt, è sul podio di quest’anno cinematografico e, cosa ancora più importante, è il miglior horror da qui ai tempi di Paranormal Activity.

Siamo nel 2020, in una cittadina imprecisata di provincia (nella realtà Little Falls nello stato di New York) completamente disabitata. Alcuni bambini si muovono scalzi tra le corsie di un supermarket devastato e dagli scaffali vuoti. Dopo il pannello iniziale che recita “Giorno 89”, l’impressione immediata è che ogni personaggio, compresa la coppia che entra in scena e che capiremo subito essere composta dai genitori dei bimbi appena visti, sa che si deve muovere senza emettere alcun suono. In primis non si può parlare. Adulti e bambini comunicano con il linguaggio dei segni. Una soggettiva acustica della figlia più grande ci fa ulteriormente comprendere che lei stessa è sordomuta. E ci fa anche subito capire che A quiet place vola stilisticamente alto. Per almeno tre quarti d’ora, compresa una paurosa accelerata dopo cinque minuti per rivelarci di cosa sono capaci i mostri che pare abbiano preso possesso almeno di quella fetta di globo, i suoni che registriamo dal grande schermo sono a malapena il fruscio dell’erba e qualche sassolino che viene spostato dal vento. Ma ancora più angosciante è che a seguito del secondo pannello – “giorno 472” – tra campi arati, piantagioni, silos e una casa di campagna dove si è stabilita la silenziosa famigliola, scopriamo che mamma Evelyn è incinta. L’unica possibile salvezza priva di rumori e pericoli sembra essere uno scantinato sotto la casa dove papà Lee ha imbastito un centro radio di comunicazione (con le cuffie) alla ricerca di segnali di vita in altre parti del mondo, ha costruito apparecchi acustici per la figlia (e non è particolare da poco) e una culla artigianalmente insonorizzata per il futuro bebè, isolando il tutto dal piano terra con degli spessi materassi.

Lo script di A quiet place è incredibilmente snello e compatto, privo di inutili fronzoli divagatori e, a parte qualche copertina di quotidiano incollata sui muri dello scantinato che parla delle origini di quel presente post apocalittico, di fuorvianti sottotesti sociali e/o politici. Tutto ciò che accade ha una mera funzione di attesa e suspense nella lunga catena di azioni causa/effetto che travolgono protagonisti e set creando una voluta accelerazione del battito cardiaco in chi guarda e giocando con le aspettative del pubblico senza trattarlo da massa ebete. La regia è abile e raffinata: tecnicamente orientata a variare su scavalcamenti di campo e carrellate laterali per esplorare e ricreare un contesto ambientale che dopo poche inquadrature sembra essere un luogo estremamente familiare; come nel lavorare alacremente a creare senso e attaccamento alla storia partendo dall’ipotetico handicap della privazione di dialoghi e suoni (attenzione un commento sonoro extradiegetico affidato a Marco Beltrami c’è, ma come dire, non si “vede/sente”) proprio in un’epoca artistica in cui la sovrabbondanza di rumori e fonti sonore connota inevitabilmente il quotidiano. Per questo l’horror di Krasinski spiazza e sorprende fin dalle prime immagini dentro al supermercato. Perché costringe a vivere il film in prima persona, a non accavallare le gambe o sgranocchiare popcorn per non risvegliare i famelici e rapidi mostri. Infine un plauso agli attori, tutti e sei, comprese quelle due comparse nel bosco (forse è il film con meno attori nella storia di Hollywood…) costretti a recitare con lo sguardo e con micromovimenti delle parti del viso. Sembra infatti di tornare ai tempi del muto, senza gli eccessi dell’espressionismo, ma con la paura e la sofferenza che scattano di fronte allo sgranare degli occhi o all’ingrossarsi di una vena del collo o della fronte. Davvero un film originale e sorprendente, che sta già facendo man bassa di voti nei più importanti siti online di pubblico. Produce, tra gli altri, Michael Bay. Effetti speciali dell’Industrial Light &Magic. In sala dal 5 aprile.