Sheila Hammond è una bella donna poco più che quarantenne sposata con Joel e mamma di Abby. Insieme, i tre vivono a Santa Clarita, cittadina californiana non molto grande e quasi sempre soleggiata. La loro è una vita tranquilla, fatta di colazioni condivise in fretta e di un lavoro piuttosto soddisfacente: Shila e Joel sono agenti immobiliari e lavorano in coppia. 

Nella vita della famiglia Hammond, dicevamo, tutto scorre in modo normale. Almeno fino a quando, non si sa come né perché (e se lo sapessimo non lo diremmo comunque perché siamo membri di una religione molto antica che punisce lo spoiler con l’inferno), la bella Sheila si trasforma in uno zombie, anzi in una “non morta”. Una strana creatura, che per sopravvivere deve nutrirsi di carne umana. E che per altro è sottoposta a un decadimento fisico che si manifesta nei momenti più inopportuni, con exploit come la perdita improvvisa di un occhio

È a partire da questo intreccio che si snodano le vicende di Santa Clarita Diet, serie di Netflix tra le meno chiacchierate e forse anche per questo tra le più meritevoli di attenzione. Zombie che non somigliano a quelli di The Walking Dead e ‘storie di vicinato’ alla Desperate Housewife, la storia non ha chissà quale trama magistrale e i colpi di scena sono quasi tutti innestati nella dinamica “donna-zombie rompe la tranquilla quiete di una cittadina americana“. Perché Sheila deve pur mangiare e per mangiare deve ammazzare. Individuare la preda (scegliere un cattivo soggetto – nel caso specifico dei nazisti – rende meno atroce il gesto?), scovarla, immobilizzarla, mangiarla e occultarla. Tutto nel modo più pulito possibile. E uno non ha idea del casino che fa un zombie quando mangia finché non ne vede uno all’opera. Roba da avere bisogno di una notevole quantità di detersivi e molta, moltissima pazienza. Oppure i vicini guardinghi potrebbero notare una palpebra rimasta attaccata sul lampadario della cucina, un dito che esce dal bagagliaio dell’auto. Cose così.

In Santa Clarita Diet, l’horror si mescola alla commedia e il risultato non è cosa da fare la storia della serialità televisiva ma è molto piacevole: quasi non te ne capaciti, e in men che non si dica sei alla terza puntata di fila (la durata degli episodi aiuta). Anzi, questo miscuglio pulp di sangue e ghignate (non ci si sbellica dalle risate, ma si sorride molto) risulta essere un potente antistress. Perché nel guardare scene che mai potranno accadere nella vita di tutti i giorni e, insieme, qualcosa che invece alla vita di tutti i giorni somiglia parecchio, si finisce per tenere in allenamento l’immaginazione. E per divagare dalle beghe quotidiane. È vero, spesso ci troviamo davanti alla lavatrice la sera tardi, dopo una lunga giornata di lavoro, con i pensieri fissi sulle centonovantamila cose da fare e tutto quanto. Ma almeno non abbiamo una testa mozzata (e parlante) appoggiata lì a fianco.  E possiamo essere ragionevolmente certi che non ci uscirà un occhio dall’orbita mentre siamo in riunione col capo. E, ultimo ma non meno importante, è sicuro che per mangiare qualcosa, mal che vada, basteranno una pentola piena d’acqua e un pacco di pasta. Mica dovremo aggirarci per le strade alla ricerca di tizi grassottelli che diventino pranzo, cena, e pure merenda. Certo, Sheila ha una specie di marito prodigio, e questo rimette un po’ tutto in discussione. Ma che non si può avere tutto si sa, e che gli ottimisti vengono invitati più spesso a cena anche. Quindi, la prendiamo per buona: poteva andare peggio. Potevamo essere “non morti”. Che è perfino peggio di morti.

Seconda serie, appena arrivata su Netflix, migliore della prima e prova niente male per gli attori protagonisti. Su tutti, una splendida Drew Barrymore. Che oltre a essere attrice dotata ridà un senso all’idea di come una donna possa diventare adulta senza trucchi. Niente ritocchini, niente giochi di prestigio e quanta classe, signora Barrymore.