Io me lo ricordo eccome quel pomeriggio del 2013. Mi ricordo che faceva caldo, avevo l’orticaria, il parco dove le giovani della Cgil avevano organizzato il dibattito sulla conciliazione maternità e lavoro era immerso nei pollini e nelle graminacee attraverso le quali mio figlio scorazzava come non ci fosse un domani.

Mi sedetti in un angolo del tavolo, sarebbero dovuti venir fior fior di personaggi, dalla Camusso al presidente della Regione Lazio, ma io ero stordita dall’antistamico e non mi accorsi che invece non si era presentato nessuno.

Se ne accorsero le organizzatrici e le altre invitate, quando dissero che (per restare in tema di maternità) il tempo di attesa era scaduto e avremmo dovuto iniziare a parlare di madri precarie solo e unicamente tra madri precarie, senza alcun interlocutore istituzionale a porsi almeno all’ascolto. La fiera delle sfighe, pensai. Invece no e quel pomeriggio estivo si trasformò in una pagina importate della mia maternità precaria, insieme a quella di molte altre presenti.

Il mio racconto si intreccia con quello che Francesca Fornario ha descritto nello speciale di FQ Millennium, il magazine del Fatto Quotidiano interamente dedicato alla questione femminile. Quel pomeriggio del 2013, nel parco torrido della periferia romana, conobbi Francesca (che anni dopo avrebbe iniziato la sua battaglia tutta speciale per diventare una mamma di cuore da donna single) e con lei tante altre donne, che avevano intrapreso o rimandato una gravidanza: lavoratrici, precarie, sconfortate, determinate, le cui storie meritano di essere raccontate.

Un pezzetto di queste storie è diventato la Banda della culla, il libro che Francesca Fornario ha scritto qualche anno dopo e che porta in giro per l’Italia (talvolta anche con me!), altre sono diventate il mio bagaglio di racconti, di esperienze, di appunti sul mondo. Un mondo che per le donne, soprattutto se madri, sembra diventare scomodo. Ma per chi?

Per il nostro datore di lavoro, quando finge di congratularsi per il lieto evento, ma in realtà si sta già facendo i conti in tasca. Per il consulente del nostro datore di lavoro, che improvvisamente diventa irreperibile al telefono e finge un malore ogni volta che lo incroci per chiedergli del congedo per maternità. Per il sistema previdenziale, quando riveli di essere una libera professionista (come ormai qualche migliaio di donne in Italia), ma che per il nostro Paese significa ancora che “ti stai divertendo da casa”. E per l’Inps, che dovrà ricostruire il tuo percorso lavorativo per far quadrare i conti della maternità tra: contratti atipici, buchi contributivi, contratti creativi, collaborazioni, finte partite Iva, finti tempi indeterminati, tirocini, stage, finto volontariato, co.co.pro., co.co.co., trallallò, spade laser, Ufo Robot.

Diventa scomodo persino per i viaggiatori sull’autobus, che quando ti vedono salire fingono di non accorgersi che “il posto riservato ad anziani e donne incinta” è occupato da qualcuno (né anziano né incinta) che certamente non si alzerà per te (“Scusi sa, è che non si vedeva…”).

Insomma, ci sentiamo sempre fuori posto. E perché? Perché questo Paese è maleducato alla maternità. Cioè non la considera proprio come una fase della nostra vita. Dal datore di lavoro al pendolare sull’autobus, tutti fanno finta che non esista.

Dal giorno del battito alla Cgil, dove scoprimmo che le archeologhe precarie utilizzano una App per calcolare quando è più vantaggioso restare incinte in base ai contributi versati, abbiamo assistito a una miriade di proposte creative per la maternità: dalla retorica del family day, al cattivo gusto del fertility day, sempre in inglese per nascondere l’inganno svelato dalla parola “day” ovvero: per un giorno, sei mamma, donna e nei nostri pensieri solo per quel giorno. Per tutti gli altri 364 arrangiati.

A partire da quel fatidico pomeriggio assolato in un parco della Capitale, dove a parlare di precarietà restammo sole tra mamme precarie, avanziamo oggi (come ieri) delle proposte al nuovo governo, affinché nessuna lavoratrice si veda costretta a programmare i figli in relazione ai contributi, nessuna mamma sia obbligata a lasciare il posto dopo la gravidanza, nessuna donna a subire colloqui di lavoro ginecologici e nessun uomo venga assunto più solo perché uomo.

E quindi estensione del diritto alla maternità, assegni familiare anche alle libere professioniste, congedo parentale maschile, incentivi alle aziende che assumono dopo il parto, monitoraggio della condizione femminile nei luoghi di lavoro ma soprattutto un cambio radicale di mentalità, rispetto all’idea che in Italia si possa ancora nascere. Perché senza tutto questo, come scrive Francesca Fornario su FQ MillenniuM, un paese così la famiglia la odia.

L’inchiesta di Francesca Fornario è su Fq MillenniuM, in edicola per tutto il mese di marzo e disponibile sullo shop online