Anche se sono già intervenuta sul Testo unico forestale, mettendo in  luce l’assurdità di destinare gran parte del nostro patrimonio boschivo a impianti di biomasse  per la sua “valorizzazione energetica” e le possibili ricadute sule salute pubblica, credo importante tornare sull’argomento alla luce delle vivissime proteste che esso continua a suscitare in tanti settori della società civile: ecologi, botanici, forestali agronomi, geologi, ma anche giuristi, medici e comuni cittadini che hanno lanciato una petizione.

Nelle ultime settimane tra gli appelli di maggior rilievo segnalo: i 264 Accademici che si sono rivolti  direttamente al Presidente Sergio Mattarella e a Paolo Gentiloni, i 224 esperti di diverse discipline (medici, giuristi, forestali, ingegneri, urbanisti etc), e oltre 50 associazioni, fra cui anche i comuni virtuosi, il cui elenco si aggiorna di ora in ora.

Hanno sollevato osservazioni critiche anche le associazioni European Consumers, Italia nostra, Lipu.

Questi appelli hanno evidenziato, da diversi punti di vista, in relazione alle diverse competenze, come, nonostante la prolissità del testo, nel decreto siano in realtà presenti importanti carenze sulle questioni relative alla protezione ambientale e alla conservazione dei servizi ecosistemici e non si siano valutati i reali costi e benefici di tale programma (non è stato presentato alcuno studio di scenari sul quale poter discutere).

L’approvazione di tale Dlgs  appare tanto più assurda se si pensa che tre dei quattro onorevoli che l’hanno voluto  (onorevole Olivero, sottosegretario all’Agricoltura, onorevole Realacci presidente della Commissione Ambiente, onorevole Sani presidente della Commissione agricoltura) non sono stati rieletti alle ultime consultazioni elettorali per cui il Decreto verrebbe ereditato da forze politiche e da soggetti istituzionali che non solo non lo hanno condiviso, ma le cui richieste di emendamenti non sono state recepite.

Con l’approvazione del decreto non possiamo che aspettarci ricadute negative sul contrasto ai cambiamenti climatici, sulla tutela della biodiversità e del paesaggio, sull’assetto idrogeologico di un territorio già così fragile come quello italiano, sull’azione di purificazione dell’acqua e dell’aria svolta da boschi e foreste.

Per concludere, il presente Tuf incentiva (o meglio sussidia) l’uso dei boschi a fini energetici.

Se in alcuni casi l’uso dei residui forestali o di prodotti agricoli a fini energetici può avere senso (a piccola scala e ad uso locale, come già succede ora), l’idea che i boschi italiani possano rappresentare un vettore di bioenergia sostenibile non ha alcun senso, come non hanno senso le agro-energie, data la loro inefficienza energetica.

Pensare di creare posti di lavoro “verdi” usando i boschi come combustibile, non solo mette a repentaglio il nostro patrimonio ambientale, ma la bassissima produttività  di tali fonti energetiche (che infatti per rimanere sul mercato hanno bisogno di essere sussidiate), si traduce in un aumento dei costi dell’energia  e quindi in un aumento delle nostre bollette (ultimo aumento a gennaio).

Pagare di più l’energia per finanziare fonti “rinnovabili” inefficienti come biomasse e biocarburanti (qui uno studio per chi volesse approfondire), che causano ulteriori danni all’ambiente e mettono a rischio la salute dei cittadini (causando quindi ulteriori costi al paese) non mi sembra una grande idea.