L’ultima tornata elettorale è stata la sgradevole dimostrazione della persistenza di un mondezzaio di luoghi comuni sul Sud. Avevano iniziato subito, a urne appena aperte, con la storia del voto meridionale determinato dalla promessa del sussidio denominato “reddito di cittadinanza”. Colpendo indiscriminatamente, con un niagara di idiozie, milioni di meridionali che, come il sottoscritto, hanno votato secondo ben altri criteri. Poi, è saltata fuori la storia dei presunti “assalti” ai caf dei disoccupati che si sarebbero recati nei centri preposti per chiedere informazioni in merito.

Intempestivi, certo. Ma pur sempre presumibilmente spinti da uno stato di necessità sul quale è senz’altro inopportuno fare ironia. E statisticamente non all’altezza della ribalta mediatica dedicata al fenomeno. Tanto che una docente meridionale residente al Nord mi ha scritto, indignata: “chi racconta bugie ha più paura di chi le subisce, ecco cosa rispondo. Perché è impensabile, triste, dispettoso, inquietante e buio pensare che oggi, ancora oggi, i pugliesi debbano passare per i lavativi, per coloro che aspettano qualcosa da qualcuno piuttosto che lavorare.

E’ triste, dispettoso e irrispettoso far passare 50 disoccupati, 50  persone, 50 uomini (o donne) per un’orda di barbari. E noi che siamo qui, perché sono tanti i meridionali fuorisede per lavoro, che siamo lontani vorremmo parlare e urlare a nome di tutti coloro che restano e lottano con coraggio per non lasciare casa, nonostante le difficoltà”. E non è stata certo l’unica, Silvana, a scrivermi. Dal suo profilo, il professor Viesti, ad esempio, ha twittato: “Comunque voti, il Mezzogiorno chiede sempre e solo assistenzialismo. Questa la valutazione corrente, anche stavolta. Perché il pre-giudizio prevale sempre sui fatti, e sul desiderio di comprendere la realtà”.

La rincorsa alla conferma della notizia da parte di chi ha governato per anni liquidando come piagnistei le legittime rimostranze sull’inefficacia delle politiche per il Sud è l’ennesimo harakiri politico di una classe dirigente che si colloca a distanze siderali dalle reali necessità della popolazione. Che ci siano tanti disperati in stato di povertà mi fa male come italiano, prima ancora che meridionale. E se fossi un politico praticherei, oggi, la virtù monastica del silenzio. Invece di fare più o meno improprie inferenze statistiche basandole su qualche decina o centinaia di persone che chiedono informazioni su una misura evidentemente avvertita come necessaria. Si chiami come si voglia, senza troppi sofismi, il sostegno al reddito proposto dai Cinquestelle è presente in varia forma in molti paesi europei.

Va ben pensato e dosato ma non si tratta di una misura estranea al consesso umano. Quello che dovrebbe sorprendere è che queste e ben altre misure non siano state da anni oggetto di studio e proposta da parte di quei partiti che dovrebbero naturalmente guardare alle fasce dei precari, dei disoccupati, dei neet e dei pensionati minimi. Bene scrive Emanuele Ferragina quando sostiene che le forze politiche e sociali, allineatesi al neoliberismo, “hanno progressivamente dimenticato come l’unico modo per difendere i più deboli sia riunirli”. E ancora: “ridistribuire è nell’interesse della stragrande maggioranza degli italiani; ma si sa, i principi servono a poco se non camminano sulle gambe di forze sociali capaci di sostenerli”. (da La maggioranza invisibile, Ed. Bur). E allora, facciamoci un favore, smettiamola di contare i poveracci e ammettiamo lo stato di necessità. Le misure intraprese per il contrasto alla povertà sono state inefficaci. Il voto insegna che c’è bisogno di forze politiche che, anziché arroccarsi su posizioni di conservazione degli interessi di pochi, pensino a nuove e ardite forme di redistribuzione.