“In Sicilia abbiamo la stessa forza del centrodestra alle elezioni del 2001”. Chissà se in queste ore Davide Faraone ricorderà quanto dichiarato in pompa magna nel marzo del 2015, quando accoglieva nel Pd l’ennesima pattuglia di transfughi del centrodestra fulminati sulla via della Leopolda. Una profezia, quella del sottosegretario, che si è rivelata nefasta esattamente due anni dopo. Il viceré di Matteo Renzi sull’isola ottiene il suo seggio al Senato – era capolista nel listino plurinominale – ma sarà ricordato inevitabilmente tra i volti del Pd che ha fatto registrare una delle più clamorose disfatte di sempre. Una sconfitta ancora più netta sull’isola, dove i dem non superano il 12% (a volte si fermano addirittura al 10) e l’intero centrosinistra raggiunge al massimo il 14%: meno di un terzo rispetto al risultato regionale del Movimento 5 stelle.

Il M5s ha guadagnato 100mila voti al mese – A ben vedere, infatti, aveva ragione Faraone: la Sicilia è stata nuovamente teatro di un altro clamoroso cappotto, come quello dei 61 seggi a zero conquistati dal centrodestra alle politiche di 17 anni fa. Questa volta, però, il bottino pieno è appannaggio totale del M5s, capace di conquistare tutti i 28 collegi uninominali: un successo talmente ampio non era stato ipotizzato neanche dai sondaggi più generosi. D’altra parte appena quattro mesi fa i pentastellati avevano perso le regionali pur imponendosi come prima forza all’Assemblea regionale Sicilia. In quattro mesi, però, la geografia del voto in Sicilia è cambiata moltissimo. A cominciare dall’affluenza: a votare per le politiche è andato il 63% dei siciliani, numeri inferiore alla media nazionale ma pur sempre diciassette punti percentuali in più rispetto al turno di novembre. Un dato che ha fatto la fortuna proprio dei 5 stelle capaci di raccogliere un milione e 181 mila voti alla Camera. Significa che a scegliere Luigi Di Maio è stato il 48%, quasi un siciliano su due: numeri che da queste parti non faceva registrare neanche la Dc. Il successo dei pentastellati, poi, diventa ancora più netto se confrontato con le cifre delle regionali, quando i voti raccolti dal M5s erano stati “appena” 513mila: vuol dire che in Sicilia i grillini di Giancarlo Cancelleri sono cresciuti al ritmo di 100mila voti al mese.

Il successo M5s: ex astenuti e pentiti del Pd – Un consenso arrivato soprattutto da elettori che a novembre si erano astenuti o che avevano scelto il centrosinistra. La coalizione di Renzi, infatti, si ferma a 331mila voti, 150mila in meno rispetto ai 488mila conquistati quattro mesi fa. E pensare che per il Pd le elezioni siciliane erano già state un’esperienza infausta: evidentemente non c’è mai fine al peggio. Perde qualcosa, nonostante l’aumento dell’affluenza, anche il centrodestra: la coalizione di Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni si attesta sul 32% con 766mila voti, circa 50mila in meno rispetto al successo del 5 novembre. Se alle regionali il governatore Nello Musumeci aveva potuto contare sull’apporto di alcuni dei cosiddetti ras acchiappapreferenze, così non è stato a questo giro. Il risultato è appunto la schiacciante vittoria del M5s nei collegi uninominali dove i candidati poco noti dei pentastellati hanno sconfitto nettamente politici di lungo corso. A Palermo, per esempio, Aldo Penna batte a sorpresa il berlusconiano Francesco Cascio, ex presidente dell’Ars, mentre Roberta Alaimo supera Antonello Antinoro, noto come Mister Preferenza. A Monreale Giuseppe Chiazzese stacca di quasi dieci punti l’ex ministro dell’Agricoltura, Saverio Romano. A Barcellona Pozzo di Gotto Alessio Villarosa vince lo scontro diretto con Maria Tindara Gullo, deputata uscente e diretta emanazione di Francantonio Genovese. A Messina Francesco D’Uva ha la meglio su Matilde Siracusano, vicina all’ex ministro Antonio Martino. A Paternò Eugenio Saitta col 51% lascia a casa Giuseppe Lombardo, nipote dell’ex governatore Raffaele.

Il cappotto del M5s – E se i 5 stelle riescono a vincere gli scontri diretti nei collegi dove il centrodestra aveva piazzato i suoi candidati più forti, in tutti gli altri – dove gli avversari non schieravano nomi da prima fila – dilagano. All’uninominale per la Camera di Mazara Vita Martingiglio prende il 53%, a Ragusa l’uscente Marialucia Lorefice supera il 52, come Simona Suriano a Misterbianco e Maria Marzana ad Avola. Quali sono i collegi più grillini di Sicilia e quindi d’Italia? Quello di Agrigento, dove alla Camera Michele Sodano prende il 50% mentre al Senato Gaspare Marinello supera il 52, e quello di Siracusa dove Paolo Ficara conquista un posto a Montecitorio col 57% e Giuseppe Pisano vola a Palazzo Madama col 53%. Entra alla Camera col 51% nel collegio uninominale di Marsala anche Piera Aiello, la testimone di giustizia cognata di Rita Atria, morta suicida nel 1992 dopo aver deciso di collaborare con la magistratura. “Ventisette anni fa ho detto basta alla mafia, ora a questo sistema dei partiti, un sistema vecchio e superato, fatto da gente inchiodata da 50 anni alle poltrone che ha sempre considerato la Sicilia un bacino di voti, in cui fare alla vigilia del voto promesse poi dimenticate”, dice Aiello che da anni vive in una località segreta con una falsa identità e ha condotto la campagna elettorale proteggendo il suo volto dagli scatti di fotografi e dalle telecamere delle tv. Con l’elezione tornerà a utilizzare il suo vero nome e a mostrare il suo volto pubblicamente.

La destra si salva con il proporzionale – Oltre al cappotto negli uninominali i pentastellati si impongono anche nelle liste proporzionali. I conti sono in corso ma dei 16 seggi al Senato la metà è appannaggio del Movimento di Di Maio. Che quindi eleggerebbe tutti i candidati per Palazzo Madama: i quattro del collegio Sicilia 1 e i quattro del collegio Sicilia 2. Gli altri 8 seggi saranno divisi tra  Forza Italia –  ne prende 3 con Renato Schifani, Gabriella Giammanco e Urania Papatheu – il Pd – due poltrone per Faraone e Valeria Sudano – e uno a testa per Fratelli d’Italia (Raffaele Stancanelli), Lega (Giulia Bongiorno) e Liberi e Uguali , che sfiora il 3% ed elegge Pietro Grasso. Stesso discorso per i listini della Camera: dei 33 posti, 17 spettano al Movimento 5 stelle che ha rischia di avere più seggi che persone in lista. Alcuni degli eletti al proporzionale, infatti, hanno anche vinto il collegio uninominale. Il Pd porta alla Camera solo quattro deputati che sono Daniela Cardinale, figlia dell’ex ministro Totò, il segretario regionale Fausto Raciti, quello di Palermo Carmelo Miceli e il rettore di Messina Pietro Navarra, tutti piazzati dietro la Boschi. Due seggi a Leu, (Erasmo Palazzotto e Guglielmo Epifani), e undici per il centrodestra, che porta a Montecitorio tra gli altri Antonino Minardo, condannato a 8 mesi per abuso d’ufficio, il prescritto Franscesco Scoma e l’ex ministra Stefania Prestigiacomo. Da segnalare oltre all’incredibile 20% di Forza Italia (il risultato più alto d’Italia) soprattutto il 5 della Lega, che a Caltanissetta arriva al 7 e addirittura a Taormina supera il 23. È la città che ha ospitato il G7 e uno dei collegi dove Renzi aveva paracadutato Maria Elena Boschi: qualcosa vorrà dire.

Il Pd tradito dagli acchiappavoti venuti da destra – Insomma i numeri siciliani sono stati ancora una volta importanti in chiave nazionale. Sia per il successo del M5s che per la disfatta del Pd. E infatti è proprio dalla Sicilia che – come già annunciato in campagna elettorale – parte la ribellione contro Renzi. “In Sicilia più che altrove il Pd è apparso un autobus, in alcuni collegi c’erano candidati che non avevano nulla a che fare con la nostra storia. L’errore politico più grande è stato fare perdere identità al Pd, impurre una mutazione genetica al partito”, dice Antonello Cracolici, consigliere regionale e l’unico a votare “no” in direzione alle liste per le politiche. “Renzi ha avuto quello che merita, causando, in prima persona, una sconfitta che non riuscivano ad immaginare, poiché completamente distanti dalla società. Renzi voleva i voti a favore di un partito di sinistra, attraverso politiche di destra, candidando uomini di destra, impresentabili e cortigiani”, attacca l’ex governatore Rosario Crocetta. E in effetti a tradire il segretario e i suoi sono stati proprio quei volti ingaggiati dal fido Faraone con l’obiettivo di allargare il partito. Così non è stato: anzi i presunti acchiappavoti provenienti da destra alla fine hanno fatto perdere sostegno ai dem. Basti pensare che l’ex Udc Luca Sammartino, capace da solo di raccogliere ben 32mila preferenze personali alle regionali, nel collegio uninominale di Misterbianco si è fermato al 12% pari a 16mila voti: la metà di quanto aveva preso quattro mesi fa. La stessa percentuale raggiunta da Nicola D’Agostino, ex capogruppo del Movimento per l’Autonomia candidato ad Acireale, da Paolo Ruggirello, ex luogotenente di Raffaele Lombardo in corsa a Marsala e da Valeria Sudano a Catania, nipote di un potente ex senatore Dc e considerata da Totò Cuffaro come una sua amica. Erano questi i nomi che dovevano portare il Pd ai risultati del centrodestra nel 2001. E in effetti al 2001 il Pd c’è tornato davvero.

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