La decisione del Movimento 5 Stelle di presentare in anticipo la squadra di governo è stata forse l’evento più interessante di una campagna elettorale che ormai passerà alla storia come una campagna vuota, nei contenuti come anche negli slogan, che in altri tempi avevano almeno la funzione di far mimetizzare la vuotezza sostanziale delle proposte, puntualmente dissimulata. Perché se è normale che una campagna elettorale sia fatta di slogan, questa tornata non ci ha concesso neanche questo, perché davvero non si può prendere come reale argomento elettorale il presunto ritorno del fascismo e la battaglia ideologica degli antifascismi. E allora bisogna accontentarsi con il poco che si trova in giro, passare dal commentare un giuramento sul Vangelo a una foto con Corbyn, dalle imitazioni di Berlusconi fatte da Renzi e a quelle (di tutta risposta) di Renzi fatte da Berlusconi; da un selfie con Orban a un congiuntivo sbagliato.

Il governo ombra del Movimento 5 Stelle, dunque, sembra aver dato qualcosa di cui parlare, ma quest’anno siamo talmente poco avvezzi alla riflessione politica che anche questo argomento sembra destinato a passare inosservato, anche grazie a scelte, quelle per i dicasteri, di effettivo background e di competenza, quanto meno sulla carta, che non sembrano dare adito a polemiche inutili.

La scelta di rendere noti i ministri ombra sembra, per il momento, una scelta che paga: è arrivato il gradimento dal Quirinale, o meglio non sono arrivate eco di sdegno o di irritazione. Ma d’altra parte il silenzio dell’attuale inquilino del Colle è proverbiale e anche qui la giusta scelta di non inquinare il (non) dialogo elettorale. Per altro verso, il Movimento dà un’immagine di sé che vorrebbe ispirare sicurezza e fiducia, come a dire «sappiamo quello che facciamo», «siamo pronti»: un’immagine che cerca di togliersi di dosso quell’aria di disorganizzazione e incompetenza di qualche anno fa. E infatti è arrivata l’interpretazione autentica del Capo del Movimento: il tempo del vaffa è finito.

Eppure qualcosa di non istituzionale c’è, se pur ben nascosto tra le scenate elettorali di parolacce, attacchi personali, cortei fascisti, cortei antifascisti e cortei né antifascisti né non-antifascisti che la campagna elettorale ci sta nostro malgrado regalando. L’aver presentato un governo ombra prima delle elezioni – parola non di scout, ma di Gentiloni – è una mossa surreale, contro la Costituzione, irrispettosa per il Capo dello Stato. Quel che è vero è che è una mossa poco ortodossa, ma d’altronde cosa c’è di ortodosso nel Movimento 5 Stelle? Nulla di incostituzionale o chissà quale altro strano aggettivo. È vero che il Presidente della Repubblica nomina il Presidente e il Consiglio dei ministri ed è vero che questi si presentano alle Camere per il voto di fiducia; ma presentare al Paese il governo che verrà poi proposto al Quirinale non è nessuno strappo alla regola.

Il problema è un altro. Non si fa altro che confermare, in questo modo, un segreto di Pulcinella: le elezioni, specie quando strutturate (come in parte avviene nel nostro caso) con un sistema maggioritario, servono in realtà per indicare chi vogliamo che sia il candidato a governare il Paese, con buona pace di chi dice il contrario. Tanto vale, nel ragionamento del Movimento 5 Stelle, mostrare subito le carte. Un costituzionalista qualunque non sarebbe d’accordo e avrebbe ragione: è il Parlamento l’organo elettivo in Italia, l’unico. E questo, a maggioranza, vota la fiducia al governo, nominato dal Capo dello Stato, eletto dal Parlamento e quindi solo indirettamente dal popolo. Ma se fino al 2014 era necessario, in base al Porcellum, indicare il capo della coalizione candidato premier nelle liste elettorali, e se ognuno di noi quando dice chi vota dice “voto Renzi”, “voto Berlusconi”, “voto Grasso”, “voto Di Maio”, “voto Salvini”, e se è vero che dinanzi a maggioranze chiare il Presidente della Repubblica ha spesso conferito l’incarico di formare il governo all’esponente più rappresentativo della coalizione o del partito vincente, e se anche Renzi, prima di dover giustificare la deposizione di Enrico Letta diceva di voler diventare Presidente del Consiglio passando dalle elezioni, è davvero tanto difficile pensare che in realtà il 4 marzo voteremo per il governo e non per il Parlamento?

Non per questo si svuota il potere del Quirinale. Il sistema elettorale sulla base del quale il ruolo del Capo dello Stato è stato disegnato in Costituzione era un sistema proporzionale puro con una realtà politica più che variegata. Un sistema frammentato, tutt’altro che certo, dove il ruolo del Presidente della Repubblica trovava pieno respiro e l’esercizio di questa prerogativa poteva essere pienamente svolto: un ruolo realmente discrezionale, dove l’arduo compito era, tutto politico, quello di incaricare un soggetto che potesse trovare la fiducia della maggioranza del Parlamento in seduta comune. Un sistema maggioritario, un premio di maggioranza come quello dichiarato incostituzionale che rende di fatto nulla ogni diversificazione politica, un sistema bipolare svuotano questo discorso e, come avvenuto nel 2008 o nel 2001, rendono sostanzialmente una formalità la nomina del Presidente del consiglio. Non è quello che succederà quest’anno. Nella (quanto meno apparente) frammentazione del nostro quadro politico, dove una forza politica maggioritaria non c’è e i candidati, più o meno espressi, sono tanti, la presentazione di una lista di possibili ministri non è certamente un attacco all’art. 92, anzi: questo articolo prevede espressamente che i ministri siano nominati su proposta del presidente del Consiglio. Nulla di male dunque.

Ma poco ortodosso sì. Non si fa che continuare a rimarcare l’anomalia del nostro sistema elettorale dove bisognerebbe eleggere le forze politiche, e non cercare con ogni nuova legge elettorale di trovare un vincitore dalla sera alla mattina, proprio per permettere al Presidente della Repubblica di esercitare il suo ruolo. Poco ortodosso. Esattamente come un candidato che giura sul Vangelo in uno Stato laico e poi ignora ogni principio di accoglienza, come i presidenti dei due rami del Parlamento che hanno iniziato la campagna elettorale ancora nell’esercizio delle loro funzioni, come un leader non candidabile e in attesa di una sentenza da Strasburgo, come è normale in una campagna poco ortodossa.