“L’unico leader vero dentro alla politica è Matteo Renzi“. A leggere ora le parole pronunciate a una radio da Silvio Berlusconi si assapora l’esplosione del gusto della beffa: era il 16 novembre 2016, cioè mancavano 20 giorni al referendum costituzionale che seppellì l’ennesimo leader, sotto i voti del No e sotto la voglia plebiscitaria su di sé. Il 4 dicembre è la data che certifica il crollo di un altro leader, l’ennesimo, travolto dalla sua stessa ipercinesi, forse per sempre, forse no. Ma soprattutto che mette in controluce il “male oscuro” dell’Italia, che “ha prodotto governi instabili, consumato leader veri o presunti, diffuso nel mondo l’immagine di un’Italia inaffidabile” scrive Luciano Fontana, il direttore del Corriere della Sera, nel suo ultimo libro, Un paese senza leader (Longanesi, 224 pagine, 16,90 euro). E’ un racconto snello, essenziale, una linea quasi disegnata a matita che spiega dall’abc “storie, protagonisti e retroscena di una classe politica in crisi”, come dice il sottotitolo. Una storia che ha a che fare soprattutto con il concetto di classe dirigente, cioè un ceto politico che dovrebbe guidare, dirigere appunto, dotato di una visione. E invece si ritrova spesso, anzi sempre, ad assecondare il senso comune piuttosto che indicare la strada, per la vecchia storia delle prossime elezioni e delle future generazioni. Così il frutto della crisi è il Rosatellum, il sistema elettorale con cui si voterà domenica prossima, un proporzionale in cui tutti i partiti – fino al più piccolo – possono specchiarsi e che probabilmente consegnerà una situazione bloccata, come in Spagna nel 2016 e peggio di ciò che avvenne nel 2013, quando le larghe intese furono la soluzione: il 5 marzo – all’indomani del voto – potrebbero non essere sufficienti.

L’Italia sconta la mancanza di leader, dice Fontana nel suo libro. Anzi, soprattutto dall’inizio della Seconda Repubblica, divora i pochi – veri o presunti – che passano. “Anche se all’orizzonte spuntasse un leader, e al momento non se ne vedono, sarebbe subito neutralizzato da un sistema politico e istituzionale che sembra confezionato su misura per impedire l’ascesa di una nuova personalità e l’affermazione di una nuova prospettiva”. Quali sono le origini della crisi più recente, quella che ha spappolato il sistema politico in tanti pezzetti? Secondo Fontana sono tre: il primo è la legge elettorale, il secondo è che per vent’anni ci siamo illusi di votare il presidente del Consiglio ma era solo il trompe-l’oeil del berlusconismo che polarizzava tutto, pro e contro. Terzo motivo: “l’estrema superficialità dell’odierna comunicazione politica”, con “l’esaltazione dell’istante”, la “corrispondenza immediata tra quello che il politico dice e quello che pensa sia il ‘sentimento popolare’”. Finché come categoria di giudizio spunta la simpatia: Berlusconi è simpatico, D’Alema è antipatico, Renzi lo è diventato. Ed è anche per questo, in questa situazione tremebonda, che nasce il fenomeno M5s.

Finché ora il fenomeno è tutto opposto, con Paolo Gentiloni che è in cima a tutte le classifiche di gradimento e che è diventato l’ultima speranza di ripresa per il risultato elettorale del Pd. “Ma possiamo davvero fare a meno di una politica forte e delle riforme?” si chiede Fontana. “La costruzione di una nuova classe dirigente, consapevole delle sue responsabilità, è irrinunciabile. Se facciamo l’elenco dei leader bruciati è solo perché dobbiamo cercarne di nuovi finalmente all’altezza della situazione. Provando a cancellare i vizi e gli errori degli anni passati”.

E l’elenco di cui parla il direttore del Corriere è il grande cuore del suo libro, che passa in rassegna tutti i leader attuali e tra gli attuali, incredibilmente, c’è ancora Berlusconi: e poi Renzi, Salvini, Di Maio. Accanto a loro una sfilza di quelli già spariti o che stanno per sparire. Fa effetto vedere quanti leader, soprattutto a sinistra, sono stati bruciati: Prodi addirittura per tre volte, ma poi Veltroni, Rutelli, lo stesso D’Alema (a sua volta all’origine dell’azzoppamento di altri leader della sinistra) e poi di recente Enrico Letta, Pisapia. Per non parlare di Alfano e ancora, allargando al massimo, a sinistra l’addio prossimo di Rosy Bindi e Anna Finocchiaro – “tra le poche donne di rilievo nelle istituzoni, sottolinea Fontana”, a destra il kingmaker Denis Verdini, tra i Cinquestelle l’allontanamento di Beppe Grillo e la scelta apparentemente libera di Alessandro Di Battista.

Fontana – ed è davvero la parte più nutriente del libro – affianca l’analisi politica di osservatore al racconto di retroscena e episodi inediti descritti in modo secco, da cronista, mestiere imparato all’Unità prima della lunga scalata a via Solferino. Per esempio quando racconta che nel 2016 Berlusconi – alle prese con l’operazione al cuore – confidò agli amici: “Se avessi saputo di dover soffrire così tanto, avrei preferito morire”. O quando spiega che sia con lui che con De Bortoli, Renzi polemizza via sms: “’So cosa state facendo‘ è un suo classico” rivela Fontana che peraltro non risparmia di aggiungere che invece da Gentiloni mai un sibilo.

Ma soprattutto Fontana, tra le altre cose, rende chiaro come mai a destra si torni di nuovo a Berlusconi, 24 anni dopo, nonostante – commenta Fontana – sia un leader “incompleto” perché abilissimo come “venditore” (cioè in campagna elettorale), ma deludente una volta al governo. “Non ci sarà mai un delfino o un successore. Se mai arriverà, il nuovo leader del centrodestra emergerà per strade diverse da quella dell’investitura da parte del Cavaliere”. E la riprova, eccola: nel 2017 Berlusconi si lamenta sempre più spesso del fatto che Giovanni Toti, fino a quel momento suo consigliere politico, sia fuori dalla linea di Forza Italia (Toti è un fautore dell’alleanza stretta con la Lega, fino addirittura a un listone unico). Fontana racconta che quando a sorpresa il direttore del Tg4 vince le Regionali in Liguria, l’ex Cavaliere non gli fa nemmeno una telefonata. Cinque anni prima, d’altra parte, Berlusconi aveva fatto lo stesso con Alfano, accusato di non avere quid dopo averlo incoronato “segretario politico”.

Lucido e tagliente è il racconto sul centrosinistra, vero mattatoio di leader e campo di gioco che Fontana conosce bene, avendo avuto come direttori all’Unità prima Massimo D’Alema (che aveva fatto installare dei videogiochi su un computer, e ora si capisce da chi ha imparato Orfini) e poi Walter Veltroni, che invece organizzata partite di calcetto (in cui c’era da stare attenti alle entrate ruvide del Lìder Massimo). La rassegna di leader forti e pieni di speranza che cadono subito dopo è degna, come dice Fontana, dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Tra Gargonza, patto della crostata e patto delle alici, possono bastare per tutti le tre volte in cui è stato abbattuto Prodi. Nel primo caso Fontana ricorda che Franco Marini rivendica di aver fatto cadere il primo governo di centrosinistra “solo che io non mi sono mai pentito, Massimo (D’Alema, ndr) sì”. Da quel giorno Prodi non gli parla più. Tutt’e due, per un gioco del destino, furono poi impallinati nell’elezione per il presidente della Repubblica del 2013. E qui tutti gli indizi, ricostruisce Fontana, portano ai sostenitori di Marini e ai dalemiani come possibili impallinatori. Ai quali, però, vanno aggiunti i renziani, che volevano indebolire “Pierluigi”.

Infine il M5s che un leader non l’ha mai voluto, che ha la sua ragione sociale nella partecipazione orizzontale, che parla di “portavoce”, ma che ha avuto per anni un garante che ha deciso da solo su molti temi delicati e ora ha un capo politico, Luigi Di Maio, la cui “investitura è stata diretta, nonostante l’organizzazione di finte primarie in cui Di Maio ha gareggiato con sei illustri sconosciuti”. Anzi, il nuovo leader fa di più, svela Fontana: “E’ impegnato a far digerire al Movimento l’idea che dichiarare sempre ‘niente alleanze con gli altri partiti’ non sia più possibile”.

Secondo Fontana una soluzione c’è, passa “dall’abbandono della politica dell’istante, della frenesia del risultato immediato”. “L’esperienza – aggiunge il direttore del Corriere – ci insegna che siamo spesso bravi nell’affrontare le emergenze ma ci mancano il passo quotidiano e la progettazione di medio e lungo termine”. Un leader serve, insomma. Il dubbio che resterà anche lunedì prossimo è se può davvero bastare.