C’è chi candida mezzo mondo del pallone, chi distribuisce finanziamenti a destra e a manca, chi cerca volti puliti per recuperare terreno. Se fosse una partita di calcio, Forza Italia partirebbe con un gol di vantaggio, visti gli agganci con tutte le Federazioni che contano. Il Partito Democratico gioca in contropiede: con gli ultimi due governi ha approvato un sacco di finanziamenti, e poi ha l’appoggio del Coni di Giovanni Malagò, che guarda con terrore all’ipotesi di un governo M5s. Le larghe intese, probabilmente, non scontenterebbero nessuno, e servirebbero anche a dare il via libera ad una nuova candidatura olimpica, stavolta per i Giochi invernali 2026 (con Torino in prima fila, ma ci sarebbe di nuovo una sindaca “grillina” da convincere). Proprio il Movimento 5 stelle è il terzo incomodo: raccoglie sempre più consensi nella base e ha appena annunciato l’olimpionico Domenico Fioravanti come ministro in pectore di Luigi Di Maio. Domenica 4 marzo si presenterà alle urne anche il mondo dello sport: un esercito di atleti, dirigenti o semplici amatori da 10 milioni di voti che fanno gola proprio a tutti i partiti, sempre più attenti a cosa accade sui campi da gioco o nei palazzi della politica sportiva.

LO SPORT IN LISTA: DA FORZA ITALIA AL M5S, QUANTI CANDIDATI
La colpa o il merito – a seconda dei punti di vista – di questo rinnovato interesse è proprio di Matteo Renzi: è stato lui a rimettere lo sport al centro dell’agenda del Paese, puntando forte sulle Olimpiadi di Roma 2024 e sul ripristinato ministero dell’attivissimo Luca Lotti. Ora è difficile tornare indietro e lo sport è entrato a gamba tesa nella campagna elettorale. O viceversa. Basta guardare le liste. Forza Italia può vantare tre dei più influenti uomini del calcio italiano del presente e del passato: Adriano Galliani, storico amministratore delegato del Milan in predicato di una poltrona da ministro; Claudio Lotito, il patron della Lazio che sta facendo il diavolo a quattro in questi ultimi giorni per assicurarsi l’elezione; Cosimo Sibilia, che secondo i piani avrebbe dovuto diventare il capo della FederCalcio e invece dovrà accontentarsi di continuare a guidare la potente Lega Dilettanti. Ma non è tutto perché ci sono anche il presidente della FederNuoto Paolo Barelli, l’ex calciatore Giuseppe Incocciati (molto amico di Paolo Tajani, ormai investito da Berlusconi del ruolo di candidato premier) e la paralimpica Giusy Versace, mentre la marciatrice Elisa Rigaudo correrà con Noi con l’Italia. I 5 stelle rispondono con l’olimpionico Domenico Fioravanti, ministro in pectore del governo Di Maio, il velista Andrea Mura e l’ex judoka Felice Mariani (ma anche Felice Caiata, il presidente del Potenza che però pare già fuori dal Movimento per i suoi precedenti giudiziari).

IL PD VA SUL CONCRETO: TUTTI I REGALI DEL MINISTRO LOTTI
Il Pd, invece, ha cambiato strategia: dopo essersi affidato in passato a figurine di prestigio come Josefa Idem, senza grandi risultati, ora l’ex premier ha deciso di andare più sul concreto. Gli ultimi due governi, sotto la regia di Luca Lotti, hanno approvato tutta una serie di regalie al fine di conquistarsi il favore del mondo dello sport, ad ogni livello. Il programma “Sport e periferie” per gli enti locali (a 3 giorni dal voto è arrivato il via libera automatico a tutti i progetti sotto i 300mila euro), i contributi per la Ryder Cup di golf o i Mondiali di sci di Cortina, senza dimenticare gli sgravi fiscali sui pagamenti ai volontari o il regalone infilato nella finanziaria 2018 delle società lucrative per chi vuole far soldi anche tra i dilettanti. Uno degli ultimi atti dell’esecutivo prima del voto è stato l’approvazione del decreto sui diritti tv del calcio, con la riforma della vecchia “Legge Melandri”: il ministro ha voluto mettere le mani sulla torta da un miliardo di euro, accontentando le piccole ma senza penalizzare troppo la Juventus.

Ciascuno a suo modo, i partiti provano a vincere la partita elettorale tra gli sportivi, considerati a torto o a ragione decisivi per il risultato finale. Basti pensare che Lotti voleva spostare tutti i campionati per portare atleti e tifosi in massa ai seggi, come nel 2001, ma si è mosso tardi (i calendari erano già fissati e i palazzetti prenotati) e alla fine non se n’è fatto nulla. Solo la Lega Pro di Gabriele Gravina (che guarda caso pure ha ricevuto qualche contributo nell’ultima manovra) lo ha accontentato, anticipando i match al sabato.

FEDERAZIONI AL CENTRODESTRA, IL CONI CON I DEM. L’OPPOSIZIONE SPERA NEL MOVIMENTO
In realtà non è difficile immaginare come voterà il mondo dello sport, o almeno come i suoi capi vorrebbero che votasse: basta guardare gli organigrammi delle Federazioni, dove il centrodestra è molto ben rappresentato. Di Sibilia nel calcio si è già detto, come di Paolo Barelli, nemico giurato di Malagò e padrone della FederNuoto, in questo momento la Federazione più vincente dello sport italiano. Sabatino Aracu, presidente del pattinaggio a rotelle, è stato senatore di Forza Italia, come anche il grande capo del tiro a volo, Luciano Rossi (poi passato tra gli alfaniani). E al Foro Italico siedono sempre i due grandi vecchi Franco Carraro e Mario Pescante, che non sono stati ricandidati ma continuano a girare nell’orbita berlusconiana e a far sentire il loro parere pesante su ogni questione che conta. Mentre la Lega, anche grazie all’attivismo di Giancarlo Giorgetti, uno dei fedelissimi di Matteo Salvini, è molto radicata in più di una disciplina (ad esempio nell’Aeroclub e nella FederVolley, dove poteva contare sull’amicizia degli ex numeri uno Giuseppe Leoni e Carlo Magri).

Il Pd non è da meno, avendo dalla sua parte il capo dei capi, Giovanni Malagò: il presidente del Coni nel recente passato si è sbilanciato spesso a favore di Renzi e dei suoi governi; per non farsi trovare impreparato ora ha riallacciato i contatti con Gianni Letta, ma avrebbe vita difficile con un governo di centrodestra a trazione leghista, mentre un esecutivo 5 stelle gli farebbe proprio la guerra. Per questo per lui è importante che il Pd guadagni abbastanza voti da entrare in un prossimo governo di larghe intese. E poi ci sono almeno un paio di discipline importanti a trazione dem: Gianni Petrucci, storico presidente del basket, è stato anche sindaco di San Felice al Circeo col centrosinistra. Pure il ciclismo di Renato Di Rocco, che in passato aveva fama di simpatia destrorse, sembra essersi avvicinato al renzismo: di recente la Federazione ha aggiudicato l’appalto milionario di un velodromo a Pessina, ex editore de L’Unità. Nella base, però, c’è ormai un malcontento sempre più diffuso: un sottobosco di dirigenti o semplici appassionati, che spera in un cambiamento e quindi guarda con fiducia al M5s, a volte avvicinandosi attivamente ad esso (il parlamentare Simone Valente e l’assessore romano Daniele Frongia hanno catalizzato con la loro attività una serie di contatti importanti, dal tennis all’atletica, dal baseball alle bocce).

GLI ENTI DI PROMOZIONE SPORTIVA: ADDIO COLLATERALISMO, OGNUNO GIOCA PER SÉ
Poi ci sono gli enti di promozione sportiva, che rappresentano davvero un mondo parallelo rispetto al professionismo delle Federazioni: anche qui numeri enormi (oltre 7 milioni di praticanti, almeno quelli auto- dichiarati) ma poco tangibili e ancor meno raggiungibili. Storicamente questi enti nascono tutti come propaggini dei partiti, ai tempi del collateralismo della Prima Repubblica: c’era il Csi della Democrazia Cristiana e il Centro nazionale sportivo Fiamma dell’Msi, l’Unione italiana sport per tutti del Partito Comunista e l’Associazione italiana cultura e sport di quello socialista. Oggi quelle sigle resistono più o meno tutte, ma i vecchi legami sono stati stravolti e quasi tutte giocano in ordine sparso: la Uisp, ad esempio, ha sofferto la scissione interna al Pd, con l’ex presidente Filippo Fossati che si è candidato a Firenze con Liberi e Uguali, mentre la nuova dirigenza è rimasta fedele al partito. In compenso il Csi che fu democristiano e oggi è molto vicina all’Anif (l’associazione del fitness e delle palestre) ha molto apprezzato l’idea di Lotti sulle società lucrative. L’Asi, associazione che ha ereditato la tradizione missina, è invece salita sul carro della Lega Nord (il presidente Claudio Barbaro è in lista col Carroccio), mentre Fratelli d’Italia punta sull’Opes. La partita, insomma, è davvero incerta.

ATLETI DIFFICILE DA RAGGIUNGERE: SUL MERCATO “SOLO” 600MILA DIRIGENTI
La speranza di far breccia nel cuore dei tifosi e sfondare alla prossime elezioni, però, probabilmente è destinata a rimanere tale. Chi conosce questo mondo e sa come funziona, spiega che il collateralismo tra sport e politica è solo un’illusione: se mai è esistito, oggi non funziona più. I grandi numeri dello sport (10 milioni e passa di persone, che davvero sposterebbero gli equilibri), sono fra i tesserati: ma un atleta o un semplice amatore difficilmente sceglie un partito solo perché ha candidato un campione del passato. Neanche se un presidente di federazione dovesse dare un’indicazione di voto esplicita, e questa fosse accolta dalle varie società affiliate, gli sportivi la seguirebbero in blocco alle urne. La catena dalla base al vertice della piramide è troppo lunga per non spezzarsi prima. I giochi si fanno ad un livello più basso, e forse meno decisivo. I voti che si possono perdere o conquistare sono soprattutto quelli dei dirigenti, più o meno importanti: gente che sale e scende dal grande carrozzone dello sport italiano, disposta a cambiare idea per una consulenza, a barattare voti per posti di potere, piccole prebende o finanziamenti alle manifestazioni. Ma siamo nell’ordine di centinaia di migliaia di preferenze (secondo l’ultimo censimento Coni in Italia ci sono circa 600mila dirigenti, tra società e Federazioni), non di milioni. Anche i partiti, in fondo, ne sono consapevoli. “Valiamo numeri enormi ma elettoralmente alla fine contiamo poco”, spiega uno dei massimi esponenti della politica sportiva italiana. “Questa è la nostra forza e la nostra più grande debolezza”. E forse anche la ragione per cui per cui il mondo dello sport, dopo le grandi promesse in campagna elettorale, non ha mai avuto i provvedimenti di cui aveva davvero bisogno, se non qualche grande evento o piccolo favore agli amici di turno.

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