di Paolo Bagnoli  

A pochi giorni dalle elezioni quello che succede in Italia potrebbe entrare nei programmi della Nasa tanto è lunare; ossia lontano, opaco, pallido e a sé rispetto a tutto il resto. Quasi nessuno sembra rendersene conto e quella che viene chiamata per consuetudine, campagna elettorale, è solo un giostra misera, modesta e provincialistica mentre da una campagna elettorale si esigono scatti di orgoglio, di ideale e di programmi che dal presente guardino al futuro. Di tutto ciò in Italia non c’è nemmeno la percezione. Infatti, assistiamo ad una specie di squallido film sulla bramosia del governismo, categoria dominante oramai da molto tempo ogni qualcosa si riferisca alla politica italiana e ai suoi soggetti. Abbiamo un qualche pudore a chiamarli partiti poiché non è possibile assimilare le pere alle mele.

Ciò che si sta svolgendo, infatti, è una guerra “incivile” condotta senza esclusione di colpi dai ceti dirigenti che, le varie formazioni in lizza, si fanno le une contro le altre. Il tragico è che tali lotte destinate, in vari modi, a ricadere sul popolo italiano, si svolgono in un luogo lontano da quello della democrazia; vale a dire dal popolo, dalla gente che, come ci dicono i fatti di cui veniamo a conoscenza e i sondaggi di questi ultimi giorni, non segue praticamente niente e dichiara la sua intenzione di voto per motivi di pancia. Non certo per “merito distinto”, tanto per adoprare una dizione che una volta si dava nella pubblica amministrazione per qualificare in senso positivo un operato amministrativo qualificato.

Tale confronto, se mai così si può chiamare, è appunto lunare poiché si svolge in territori lontani sulla testa della gente che, anche se volesse, non avrebbe modo di inserirsi per parteciparvi in qualche modo. Basta guardare le nostre strade. I tabelloni per i manifesti richiamanti l’attenzione politica della gente sono vuoti; le cassette della posta, una volta stracolme di materiale propagandistico altrettanto vuote; le sedi che sono state aperte nelle città quali presidi di candidati appaiono tanto ben ordinate, coi manifesti in evidenza, le seggiole ben allineate, la luce sempre accesa, ma tristemente vuota. Se qualcuno pensasse di fermarsi interessato a chiedere qualcosa non troverebbe nessuno. Sono tristi rappresentazioni manieristiche. Non solo la gente non c’è, ma non è nemmeno previsto che ci sia, tanto oramai tutto si svolge nella rappresentazione dei social; in un’informazione drogata dal vuoto della critica politica.

Allora: quale democrazia è quella che non contempla la soggettività attiva e partecipante della gente? È una democrazia sofferente di una grave patologia, di cui, peraltro, sembra che nessuno si curi e non pare esservi nemmeno una giusta percezione. In un Paese messo vis à vis con se stesso il problema susciterebbe diversi interrogativi. Qui no. Il tutto naviga tra le accuse di Renzi ai 5Stelle; alla narrazione di quest’ultimi che appaiono come i pifferi di montagna andati per suonare, ma suonati visto che il pifferaio capo, Luigi Di Maio, non sembra proprio conoscere la musica che la sua orchestra dovrebbe suonare; all’elogio di Paolo Gentiloni che sciorina banali discorsi sulle riforme da cui si ricava emozionandoci che occorre ridurre la spesa; da un Silvio Berlusconi che recita se stesso e che appare uscito dal museo delle cere di madame Truffault; da un Romano Prodi accigliatamente e pateticamente invocante il fu centro-sinistra e da Pietro Grasso che è stato tanto bravo quale presidente del Senato quanto appare inadatto quale leader di una forza che non si sa a quale libertà si richiami e di quale eguaglianza sia portatrice; ad una Confindustria che non riesce a dire niente di forte testimoniando pure la decadenza della sua untuosa e interessata arroganza.

Le nostre idee, al pari di tutte le idee, devono impattare la controreplica della realtà. Quando ciò avverrà si potrà capire lo stato di maturazione della crisi italiana e la sua evoluzione che ci auguriamo positiva. Al momento ci sembra che la seconda Repubblica sia morta senza nemmeno essere nata. Così: bipolarismo, piattaforma Rousseau, centro-sinistra, primarie e via dicendo sono tragiche fole di un Paese che vaga in un’incertezza strutturale. Il futuro non è mai ipotecabile, ma da noi non appare nemmeno ipotizzabile. Per cui, la progettualità che il futuro implica, risulta del tutto estranea al nostro presente.

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