Moriremo “pornosessuali”. Lo spiega l’avvocatessa inglese Ann Olivarius intervenendo con un lungo articolo sul The Telegraph. E lo fa dall’insolita prospettiva di una professionista del mondo legale che ha a che fare in tribunale con casi concreti che riguardano la porno-dipendenza soprattutto nelle giovani generazioni. “Se dovessi scegliere fra l’uno e l’altro, preferirei ogni giorno il porno al sesso vero”, è la frase emblematica di uno dei suoi clienti, con cui la Olivarius inizia il suo intervento. Esergo che racchiude in sé il segreto di Pulcinella del nostro tempo: rispetto a un vero rapporto sessuale con le sue difficoltà e la sua elaborazione pre, durante e post accoppiamento, la visione pornografica anonima e gratuita online è più immediata e conveniente. Nessun disvelamento della proprie insicurezze e timidezze, nessun giudizio morale, solo eccitazione e masturbazione in solitaria.

Un dato soltanto per capire l’entità del fenomeno: nel 1991, secondo il “Medical Daily”, negli Stati Uniti esistevano meno di 90 riviste porno, a fronte dei milioni di siti hard e free attuali. E quella che viene definita la “pornosessualità” è particolarmente diffusa proprio fra i giovani. Coloro che hanno accesso al web sin dalla pubertà e che rendono automaticamente come “formativi” nello sviluppo sessuale. “Nel corso del mio lavoro, in qualità di avvocato che rappresenta donne vittime di molestie sessuali, di violenza e di “revenge porn”, ho dovuto studiare i siti e i film pornografici più popolari. La maggior parte delle scene contiene abusi fisici e verbali diretti contro le interpreti femminili”, continua la Olivarius. “La maggior parte del porno descrive atti oppressivi di umiliazione e degradazione che sono tutt’altro che illuminanti. Sono davvero preoccupata dal fatto che i cosiddetti “nativi digitali” usino il porno come conoscenza del sesso e stile di vita. Tuttavia non insegna loro nulla sull’intimità, la tenerezza o l’interazione reciproca. Quello che vogliono le donne è molto diverso da quello che si vede nei porno”.

Secondo la senior partner del prestigioso studio legale McAllister Olivarius, il porno è un prodotto industriale per fare soldi, mentre il sesso è un desiderio umano divertente e creativo. Per questo spesso rimane sorpresa, se non sconvolta di fronte ai casi che la giurisprudenza le offre quasi quotidianamente. “Di recente la madre di una bambina di otto anni ha cercato il mio aiuto quando la figlia ha ammesso che un cugino di 14 anni le ha fatto cose che a lei che non piacevano. Quando la donna ha chiesto alla figlia se il cugino ha fatto sempre le stesse cose, lei ha risposto: ‘A volte, ma quando vede qualcosa di nuovo sul suo telefono le cambia’”. Per la Olivarius i colpevoli di crimini sessuali sono molto spesso utenti abituali di pornografia: “Ho partecipato a molte cause di divorzio in cui l’uso del porno è un fattore fondante. Il sesso reale e l’intimità scompaiono mentre l’uomo cerca uno standard impossibile che frustrerà entrambi i partner”. Poi conclude: “Non ci può essere alcun dubbio: l’industria del porno ha dato slancio al gesto criminale del revenge porn, ovvero quando le persone trovano loro immagini private ed esplicite pubblicate online, spesso da un ex partner”. Insomma meglio una storica e agognata sbirciatina alle pagine di Playboy che ai gironi infernali dell’hard su smartphone e pc. O no?