E’ recente la notizia di una dichiarazione del presidente francese Emmanuel Macron a proposito di una riesumata proposta di leva obbligatoria. Ciliegina sulla torta: la leva obbligatoria vorrebbe essere estesa anche alle donne. Il presidente Macron deve aver confuso la storia della leva con quell’altra sul suffragio universale. Non nego che vi siano donne che scelgano di fare quella carriera e non entro nel merito delle motivazioni che possono stare alla base di questa scelta, un lavoro sicuro, un sogno d’infanzia, una adesione all’appeal che riceve la figura dell’investigatore nei film di ogni nazionalità. Può essere bello o utile ma di certo da un punto di vista di genere e a partire dalle lotte femministe: la leva obbligatoria non è mai stato un obiettivo. Non è mai stata intesa come emancipazione.

Le femministe hanno invece supportato in Italia e nel mondo quei ragazzi che disertavano o quelli che si rifiutavano di aderire ad una logica cameratesca che voleva educare i figli della patria – come i nostri balilla di epoca mussoliniana – a supportare politiche nazionaliste e colonialiste. In Italia ricordo che ci sono stati uomini che hanno fatto la galera per questo ed è grazie a loro che si è ottenuta prima la possibilità di rivendicare l’obiezione di coscienza e poi la cancellazione della leva obbligatoria.

Abbiamo lottato affinché non vi fossero guerre e dunque neppure l’esigenza di avere soldati mandati a morire per fare un favore ai ricchi e potenti che speculano sulle guerre considerate un business per la vendita di armi, per gli appalti di ricostruzione  in paesi stranieri, per le consegne di incarichi che favoriscono l’economia di pochi a danno dei molti. Non fosse per il denaro, per esempio, perché un uomo dovrebbe fare il soldato mercenario? E quanti sono quelli che volontariamente scelgono di lavorare in quel campo?

Il punto è che quello di cui sto parlando non dovrebbe neppure riguardare un paese come la Francia, o forse si, perché è sempre stata nazionalista, per l’orgoglio della bandiera e dell’inno patriottico, così come per il metodo assimilazionista, quello che cancella le altrui culture sostituendole con le proprie, usato laddove ci sarebbe invece bisogno di integrazione considerando come ricchezza il multiculturalismo.

La proposta di cui si parla in realtà comunque è un po’ più complessa – e non sto dicendo migliore. Solo diversa. In alcuni articoli francesi si parla di servizio obbligatorio, fin dall’adolescenza. Educazione civica affinché assimilino il concetto di appartenenza alla nazione. Dagli 11 ai 16 anni una settimana obbligatoria presso luoghi di addestramento militari, della serie “piccoli balilla crescono“, cosa che non sta bene ai militari di professione che non potrebbero ospitare milioni di bambini e non vorrebbero avere la responsabilità di insegnargli niente. Dai 16 ai 25 anni si parla di servizio obbligatorio di tre mesi o forse sei allo scopo di rieducare questi figli della repubblica francese a sentirsi parte della nazione e a difenderla all’insegna dei “valori” della destra che al momento guadagna consenso tra le fasce popolari.

Qualcuno parla di coinvolgimento delle forze armate nella gestione della faccenda ma le forze armate al momento non parrebbero essere pervenute. Oltretutto molti deputati e altre fasce istituzionali non concordano con l’obbligatorietà che sembrerebbe avere un carattere punitivo. Come si può obbligare un adolescente a virare verso il cameratismo e relazioni sociali in cui il bullismo, il machismo, il nonnismo, gli sfottò sono più o meno tutto? E il fatto che l’obbligo sia esteso alle ragazze non è altro che pinkwashing affinché si colori di rosa un’iniziativa autoritaria e di destra. Quale sarà l’altro passo? Incarcerare i francesi che non vogliono partecipare a questa iniziativa?