Marco Cappato lottò per la dignità di dj Fabo o commise un reato? È quanto deve stabilire la Consulta, a cui sono stati trasmessi gli atti del processo affinché valuti la legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio. Lo ha deciso la Corte d’Assise di Milano nel procedimento contro l’esponente dei Radicali e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, imputato per la morte di Fabiano Antoniani, 40 anni, noto come dj Fabo, in una clinica svizzera col suicidio assistito il 27 febbraio 2017, a due anni e otto mesi dall’incidente in auto che lo ha reso cieco e tetraplegico. In un passaggio dell’ordinanza letta per oltre un’ora dalla Corte d’Assise di Milano, è sottolineato chiaramente che all’individuo va “riconosciuta la libertà” di decidere “come e quando morire” in forza di principi costituzionali. Per i giudici, Marco Cappato non ha rafforzato il proposito suicidiario e la parte della norma che punisce l’agevolazione al suicidio senza influenza sulla volontà dell’altra persona è costituzionalmente illegittima. Due, nella fattispecie, i profili di incostituzionalità: l’equiparazione tra aiuto e istigazione al suicidio (articolo 580 del codice penale) e la conseguente sproporzione della condanna per l’aiuto al suicidio (dai 6 ai 12 anni, come per l’istigazione).

Sia l’accusa che la difesa avevano chiesto l’assoluzione, mettendo in luce che Cappato aiutò Fabo “a esercitare un suo diritto, non il diritto al suicidio ma il diritto alla dignità” nel morire. In subordine, avevano chiesto la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale per la valutazione della legittimità del reato di aiuto al suicidio, previsto dall’articolo 580 del codice penale, perché in contrasto con il diritto fondamentale della dignità della vita. Iniziato lo scorso 8 novembre, il processo all’esponente dei radicali è scaturito prima dall’autodenuncia dello stesso Cappato ai carabinieri di Milano il 28 febbraio 2017, il giorno dopo la morte nella clinica ‘Dignitas‘ di Antoniani, e poi dalla decisione del gip Luigi Gargiulo, che respinse la richiesta di archiviazione della Procura e ordinò l’imputazione coatta per Cappato, spiegando che l’imputato non solo aiutò Fabo a suicidarsi, ma lo avrebbe anche spinto a ricorrere al suicidio assistito, “rafforzando” il suo proposito. Accusa, quest’ultima, che non ritenuta fondata dalla Corte d’Assise, che ha deciso di assolvere Cappato perché la sua condotta – si legge nelle motivazioni – “non ha inciso sulla decisione di Antoniani di mettere fine alla sua vita e quindi va assolto dall’accusa di aver rafforzato il suo proposito suicidiario“.

Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni e legale di Cappato, in mattinata – quindi prima della decisione dei giudici di Milano – aveva parlato della possibilità di trasmissione degli atti alla Consulta come di “un’occasione senza precedenti per superare un reato introdotto nell’epoca fascista e per le persone capaci di intendere, affette da patologie irreversibili con sofferenze per ottenere legalmente l’assistenza per morire senza soffrire anche in Italia, senza bisogno di dover andare in Svizzera“. Marco Cappato, invece, fino all’ultimo ha sperato in una sentenza di assoluzione, così come spiegato al Fatto Quotidiano: “Sarebbe una pronuncia storica. Aprirebbe la strada per non andare più in Svizzera”. “Voglio dire grazie alla scelta di Fabiano per quello che ha fatto e che clandestinamente fanno molte persone ogni anno” ha detto Marco Cappato, commentando la scelta dei giudici e ricordando “che in parlamento giace da 32 anni” una legge sul fine vita: “è ora che la politica agisca”. “Aiutare Fabo a morire era un mio dovere, la Corte costituzionale stabilirà se questo era anche un suo diritto oltre che un mio diritto” ha aggiunto, sottolineando di essere “grato” ai giudici per avere “riconosciuto che non c’è stata alcuna alterazione della volontà di Fabiano Antoniani. Continuerò a rivendicare questo aiuto in ogni sede“. 


video di Luigi Franco