Non è finita, ma la svolta è storica. La Corte d’Assise di Milano ha deciso di trasmettere gli atti alla Consulta affinché valuti la legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio nel processo a Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni ed esponente radicale. Cappato è imputato per aver aiutato Fabiano Antoniani, 40 anni, noto come Dj Fabo, reso paraplegico e cieco da un incidente d’auto nel 2014, a raggiungere la Svizzera per ottenere il suicidio assistito. Una vicenda che ha spaccato l’opinione pubblica e riaperto in Italia il dibattito sull’eutanasia. Per la Corte “la condotta di Marco Cappato non ha inciso sulla decisione di Antoniani di mettere fine alla sua vita” e quindi il radicale “va assolto dall’accusa di aver rafforzato il suo proposito di suicidarsi”. Anche perché in più occasioni ha prospettato a Fabo la possibilità di cambiare idea, di tornare in Italia. Ma Cappato ha comunque aiutato Fabiano nel suo intento. Su questo punto non c’è stata la storica sentenza di assoluzione per l’aiuto al suicidio, che pure i pm avevano invocato, ma è stata accolta l’eccezione di illegittimità costituzionale relativa all’articolo 580 del codice penale (che vieta non solo l’istigazione, ma anche l’agevolazione al suicidio), chiesta dai pubblici ministeri in subordine. All’individuo va “riconosciuta la libertà” di decidere “come e quando morire” in forza di principi costituzionali. Sono le parole dell’ordinanza letta in oltre un’ora dalla Corte d’Assise di Milano, secondo cui la parte della norma che punisce l’agevolazione al suicidio senza influenza sulla volontà dell’altra persona è costituzionalmente illegittima. Per l’equiparazione tra aiuto e istigazione e per la conseguente sproporzione della condanna per l’aiuto al suicidio (dai 6 ai 12 anni, come per l’istigazione). L’ultima parola spetta alla Consulta e sarà una sentenza storica.

UN’OCCASIONE SENZA PRECEDENTI – Tra l’altro è stata la prima volta, in Italia, che un tribunale si è pronunciato su una questione di questo tipo. La decisione della Corte d’Assise di Milano, come ha sottolineato l’associazione Luca Coscioni, rappresenta “un’occasione senza precedenti per superare un reato introdotto nell’epoca fascista” e perché le persone capaci di intendere, affette da patologie irreversibili con sofferenze possano ottenere legalmente “l’assistenza per morire anche in Italia, senza bisogno di dover andare in Svizzera”. L’unico modo per farlo, probabilmente, era proprio quello di mettere in discussione la norma alla luce dei principi costituzionali. Un’occasione attesa da tempo non solo da Cappato, ma anche dalle persone che si trovano nelle stesse condizioni di Fabiano Antoniani e dalle loro famiglie.

LA MORTE DI DJ FABO E LA DISOBBEDIENZA CIVILE – L’esponente radicale ha aiutato Fabo a recarsi in Svizzera. È stato lui, un anno fa, a portare Fabo in auto fino alla clinica Dignitas di Forck, vicino Zurigo, dove il dj è stato raggiunto dai suoi cari. Dopo un paio di giorni, il 27 febbraio 2017 il ragazzo è stato aiutato a morire con l’eutanasia. Secondo la legge italiana è vietato anche il solo aiuto al trasporto in Svizzera del malato che ne faccia richiesta. Al suo rientro in Italia, Cappato si è autodenunciato ai carabinieri, mettendo in pratica una disobbedienza civile avviata con la associazione Sos Eutanasia soccorso civile, insieme a Mina Welby e Gustavo Fraticelli. L’obiettivo? Quello di modificare i divieti del codice penale in Italia affinché venga finalmente approvata una normativa sul fine vita. Qualche passo, nel frattempo, è stato fatto con il riconoscimento delle garanzie costituzionali sull’autodeterminazione dell’individuo nella sfera sanitaria grazie all’attivazione della giurisdizione nei casi Welby ed Englaro e, da ultimo, con la legge sul testamento biologico, anche se ci sono diverse difficoltà nella sua applicazione.

UN PROCESSO STORICO – Cappato è stato iscritto nel registro degli indagati per il reato previsto dall’articolo 580 del codice penale, ossia ‘istigazione o aiuto al suicidio’. “Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio – recita l’articolo – ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni”. Non è un caso che il radicale abbia scelto anche di essere giudicato con il rito immediato chiedendo di saltare l’udienza preliminare e passare direttamente al dibattimento “perché in Italia si possa discutere di come aiutare i malati a essere liberi fino alla fine”. A maggio 2017 i pm Tiziana Siciliano e Sara Arduini hanno chiesto l’archiviazione del fascicolo contro il radicale, ma a luglio il gip di Milano, Luigi Gargiulo, ha disposto l’imputazione coatta spiegando che l’imputato non solo aiutò Fabo a suicidarsi, ma lo avrebbe anche spinto a ricorrere al suicidio assistito, rafforzando il suo proposito. Il processo si è così aperto l’8 novembre 2017. E a gennaio i pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione “perché il fatto non sussiste”. Il pubblico ministero Arduini ha aggiunto: “L’imputato non ha avuto alcun ruolo nella fase esecutiva del suicidio assistito di Fabiano Antoniani e non ha nemmeno rafforzato la sua volontà di morire”. Questo nel merito di quanto accaduto in Svizzera. Ma a colpire sono state anche le parole del pm Siciliano. “Io mi rifiuto di essere l’avvocato dell’accusa” ha detto in aula il 17 gennaio scorso, aggiungendo: “Io rappresento lo Stato e lo Stato è anche l’imputato Cappato. È nostro dovere cercare prove anche a favore dell’imputato e anche alla luce del dibattimento che è stato svolto, è nostro dovere sollecitare la formula assolutoria per Cappato”. Secondo i magistrati Cappato aiutò Fabo “a esercitare un suo diritto, non il diritto al suicidio ma il diritto alla dignità” nel morire.

A riguardo sono significative le parole pronunciate dall’esponente radicale nel corso dell’udienza del 17 gennaio scorso: “Piuttosto che essere assolto per un aiuto giudicato irrilevante, mentre è stato determinante, preferirei essere condannato. Altro sarebbe essere assolto per incostituzionalità del reato”. Secondo Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Luca Coscioni, “il processo ha accesso i riflettori su tutte le persone come Fabiano che si trovano nella stessa situazione, ma non hanno 10mila euro per andare a morire in Svizzera”. Ma per avere regole certe è necessario che il Parlamento discuta al più presto la legge di iniziativa popolare per l’eutanasia legale depositata quattro anni e mezzo fa da 67mila cittadini.