Alzi la mano chi il 5 marzo farà mattina davanti alla televisione, non per scoprire i vincitori degli Oscar, ma per capire chi ha vinto le elezioni in Italia. Io me la ricordo ancora la notte del 2006, nella redazione di un giornale (che era l’Unità), con mio padre che mi chiamava in continuazione per spiegarmi, angosciato: “Guarda, che il conto dei voti reali del ministero dell’Interno dice che l’Unione è in vantaggio”. Questo mentre le proiezioni raccontavano un’avanzata inesorabile di Silvio Berlusconi.

Me la ricordo la gente che piangeva, incredula. Mi ricordo lo sgomento di un collega, da sempre vicino alla sinistra radicale, di fronte agli schermi che nel 2008 presagivano la scomparsa di quel mondo dal Parlamento. Mi ricordo le primarie tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi nel 2012: discussioni infinite e accalorate nel Pd tra due modi di intendere centrosinistra e politica. E ancora, mi ricordo la notte del 25 febbraio del 2013, con il medesimo Bersani barricato in casa, che neanche riusciva a uscire dopo una “non vittoria” quasi peggiore della sconfitta. E poi, il referendum costituzionale, è storia recente: pathos alle stelle, pareva per molti questione di vita o di morte. Quasi un anno e mezzo dopo, l’Italia aspetta il 4 marzo tra indifferenza e disincanto. D’altra parte, pure chi la combatte la battaglia delle urne non sa bene per cosa.

Silvio Berlusconi, redivivo, un giorno fa il padre della patria e quello dopo il patrigno benevolo della Lega, quello dopo ancora il fratello maggiore di Renzi; Matteo Renzi, a furia di giravolte tattiche più che strategiche, non ha una base elettorale di riferimento e può (forse) puntare allo zoccolo duro del Pd, mentre chiunque voglia una posizione appena più netta più o meno su qualsiasi questione si rivolge ad altri; Luigi Di Maio si dibatte tra vocazione di rottura a Cinque Stelle e tentazione di guardare all’establishment (e al compromesso). Matteo Salvini si diverte un po’ di più, ma non è chiaro neanche per lui come la metterà se per caso il centrodestra arriva al 40%.

Gli altri, a partire da Pietro Grasso e Massimo D’Alema, fanno da comprimari. “Da sempre investiamo sulla tecnologia più evoluta che esista: l’uomo”, dice la pubblicità della Banca Fineco. Gli unici manifesti che si notano nelle città sono questi. Non di un partito, ma di una banca, appunto. La prima banca online, che per pubblicizzarsi inverte la tendenza (e la comunicazione): oltre e dopo il tecnologico, resta l’umano. Questo mentre nei “Palazzi” la più grande speranza collettiva, nel nome della conservazione, è che il 4 marzo non vinca nessuno. Così che si possa arrivare a un accrocco più o meno trasversale. E la politica possa essere sempre più deresponsabilizzata. E dunque residuale. Probabilmente, è la fine quasi fisiologica di un mondo, una parabola che da discendente, diventa discesa. Ma poi, che succede?