L’anno scorso era più semplice. Che vincesse Gabbani sorpassando la Mannoia e che Meta si conquistasse la medaglia di bronzo era un vaticinio sereno, per l’osservatore esperto di cose sanremesi: le altre canzoni del lotto non possedevano i requisiti per contrastare l’ascesa di queste tre. Stavolta il pronostico risulta più insidioso, soprattutto per gli scommettitori che volessero giocarsi il terno del podio. Una buona combinazione potrebbe essere Meta & Moro, Lo Stato Sociale, Annalisa, con variabili del tipo Diodato & Roy Paci, The Kolors, Noemi, Gazzé e perfino Ron.

Troppi nomi per una puntata sicura, a meno di non voler investire qualche euro sulla vittoria secca dei superfavoriti Ermal e Fabrizio, rinconfermatisi nei favori del pubblico sera dopo sera, superando pure l’incaglio di una possibile squalifica e conquistando tutti anche ieri sera con l’aggiunta al dream team dell’ispirato Simone Cristicchi alle prese con la lettera del vedovo del Bataclan. A questo punto delle cose non c’è più posto per le cautele scaramantiche: “Non mi avete fatto niente” è all’ultima curva prima del traguardo e botole non se ne vedono, anche se la storia del Festival è inzeppata di imboscate, complotti e golpe a un metro dal filo di lana.

Ma prima di spendere qualche doblone sul risultato, converrà procedere per esclusione. Inutile buttare soldi su nomi che vengono pagati fino a 400 volte la posta dai vari bookmaker: come Elio e le Storie Tese, Mario Biondi, Renzo Rubino (peccato però, il suo è un brano scritto con il cuore) o la sommatoria dei Pooh. Per questi ci si può sbizzarrire perfidamente con puntate rovesciate, da ultimi posti. Non dovrebbero farcela neppure Avitabile & Servillo, Nina Zilli o i Decibel, penalizzati da pezzi non illuminatissimi (anche se Ruggeri e i suoi hanno convinto con l’ospitata di Midge Ure: sembrava un commercialista più che una rockstar, ma la voce e la chitarra erano quelle vintage dei tempi Ultravox).

Le Vibrazioni hanno sperperato il tesoretto Skin, costretta a gorgheggiare e strillare a vuoto nei rari spazi concessi da Sarcina, ma nell’airplay radiofonico “Tutto sbagliato” viaggia già bene, a dispetto del titolo. Per gli altri concorrenti c’è speranza di buonissima classifica, a ben studiare i codicilli del regolamento Rai.

Il vincitore del Festival 2018 verrà infatti proclamato sommando i suffragi del televoto (che ha un peso del 50 per cento), della Sala Stampa dell’Ariston (le scelte dei giornalisti accreditati valgono il 30 per cento) e della Giuria di Qualità per il restante 20. Diversamente da quanto stabilito negli scorsi anni, quando si arriverà alla scrematura delle ultime tre canzoni in lizza per il titolo non verranno azzerati i voti sommati fino a quel punto, ma si farà media con quelli accumulati lungo tutto il corso della kermesse, Giuria Demoscopica compresa, cioè quei trecento italiani pescati a campione fra presunti consumatori di musica (basta entrare in un negozio di dischi all’anno per farne parte…) e che nelle prime tre sere hanno espresso le loro articolate preferenze. Insomma, è una giungla di elementi difficile da disboscare anche con il machete.

Per capire le tendenze del televoto, tradizionale campo di riferimento del pubblico più giovane che pascola sui social, tornano utili i download dei brani e gli streaming di Spotify. Dove imperversano Meta & Moro, quei magnifici paraculi pop de Lo Stato Sociale (ieri, per il sollievo nazionale, ai bambini dell’Antoniano hanno fatto cantare la parola “palloni” al posto dell’originale “coglioni”) che sembrano gli unici a poter sgambettare i due cantautori anti-terrorismo, e quella Annalisa la cui limpidezza vocale ha fatto lievitare, giorno dopo giorno, un brano che non è indimenticabile ma funziona nelle cuffiette dei millennials. Attenzione però ai The Kolors, che pagano un vecchio pregiudizio talentaro ma paiono parecchio cresciuti: “Frida” è già un tormentone, col suo beat contemporaneo alla Imagine Dragons.

Quanto ai dieci della Giuria di Qualità, beh, come non pensare che Pino Donaggio, Giovanni Allevi, Serena Autieri, Milly Carlucci, Rocco Papaleo e compagnia votante non diano sostegno alle cose belle e più “adulte” proposte da Gazzè (il pezzo è arrangiato sontuosamente, purtroppo per nulla cantabile alle orecchie del volgo), il Ron dalliano, il neoclassico Caccamo, l’olimpica signora Vanoni con i suoi sodali, il malinconico e vernacolare Barbarossa, e perfino Diodato e Paci che hanno trovato la terra di mezzo dove farsi vedere e ascoltare dal centro e dalla periferia? Quanto alla Sala Stampa, chi vive di critica snobba gli idoli dei ragazzini, ma non mancherà di impallinare qualche nome nobile per pura personalissima antipatia, favorendone altri, insospettabili, per buon vicinato. Succede pure quello, nei labirinti dell’Ariston, inutile tapparsi gli occhi.

E allora? Non ci avete capito niente? Provate con Meta & Moro trionfatori, con alle spalle Lo Stato Sociale e Annalisa. Aggiungete o sostituite un quarto nome a piacimento tra i vecchi leoni e i Kolors o Diodato-Paci, e farete la figura degli espertoni con la comitiva davanti alla tv. Ma se dovete scommettere qualcosa al botteghino, non svenatevi. Non si sa mai, a Sanremo.