di Giulio Scarantino

Nel mezzo di un festival che sottolinea sempre più la fantastica carriera di Baglioni ed esalta sempre meno gli inediti dei partecipanti. Ormai in un chiaro capovolgimento di prospettive, dove la competizione tra i cantanti è solo elemento secondario di uno spettacolo d’intrattenimento costituito da gag, duetti, canzoni di Baglioni e ospiti di spicco. Un inevitabile e non biasimabile tentativo di assecondare i gusti del cliente – il pubblico – pressoché definitivamente pigro nei confronti della musica. Insomma nello sfondo generalizzato della musica ormai fruibile senza alcuna fatica, irrompe sul palco dell’Ariston Mirkoeilcane con il suo brano “Stiamo tutti bene”.

Un brano che, oltre che impegnato e sincero, risulta anche fastidiosamente critico.

Un fastidio che “rovina” la leggerezza dell spettacolo o che impegna troppo la concentrazione e l’ascolto. Un lamento che cozza con i nostri tempi, con l’esigenze della case discografiche e delle radio. Sarà forse questo che ha pensato il campione, statisticamente rappresentativo, di 300 persone selezionate tra abituali fruitori di musica (giuria demoscopica), posizionando così l’autore Mirkoilcane all’ultimo posto tra i quattro concorrenti che si erano esibiti durante la seconda serata del Festival. Giudizio capovolto dalla critica, che premia l’autore con il premio Mia Martini.

Chi ha ragione dei due qualcuno si chiederà? Entrambi verrebbe da rispondere.

Infatti basti pensare alla generalizzata leggerezza dei brani sentiti in radio per confermare come “Stiamo tutti bene” non abbia nulla a che fare con il “demoscopico” richiesto. Allo stesso modo, la sempre più diffusa indifferenza di fronte a tragiche notizie o addirittura il fastidio nel sentire storie crude di rifugiati morti in mare (mentre si mangia soprattutto), lasciano pensare ad una scelta di poco gusto, inappropriata, portare questo “lamento” al festival delle canzoni spensierate.

Ad ascoltarlo con attenzione, il brano rappresenta una critica cruda e sincera raccontata attraverso gli occhi di un bambino. Nel testo di “Stiamo tutti bene” si può trovare uno sforzo di immedesimazione che solo pochi artisti possono fare. Con il lessico semplice e sferzante utilizzato sembra di sentir parlare il bambino della tragica storia raccontata. Sembra addirittura di scorgere la sua personalità vispa e intelligente e soprattutto l’innocente vissuto del suo destino.

Leggerezza nel racconto che non significa frivolezza di argomenti ma impegno attraverso un linguaggio accessibile a chiunque. In questo caso il linguaggio dei bambini. Il recitato che sottolinea il testo e la musica tetra dell’orchestra si fondono in un risultato autentico e senza compromessi.

Il brano non ha vinto ed è arrivato secondo, ma nessuna novità: questo è il paese in cui essere critici significa non essere “demoscopici”, perché essere critici infastidisce.

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