L’assassinio di Jo Cox, la deputata laburista, da parte di un fanatico appena una settimana prima del referendum sulla Brexit non ha avuto effetto su quel voto. Nonostante l’esplicita rivendicazione al grido di “questo è per il Regno unito” da parte dell’assassino, nonostante la unanime condanna della stampa britannica, nonostante i sondaggisti fossero certi che quel crimine avrebbe spinto gli incerti ad un voto emotivo a favore del Remain sostenuto dalla Cox.

Non credo che, neppure da noi, la caccia all’immigrato lanciata da Luca Traini per le strade di Macerata, nonostante la candidatura a livello comunale per la Lega, il tricolore sulle spalle, e il saluto romano, sposterà voti nelle elezioni, tra meno di un mese. Penso che neppure la reazione, nella tragedia così simile alla barzelletta del “io non sono razzista è lui che è negro”, di Matteo Salvini, il fulmineo rovesciamento logico per cui la colpa del pogrom è di chi ha lasciato entrare in Italia profughi e immigrati, gli costerà sul piano elettorale.

E’ quello che i suoi elettori pensano da tempo, ma anche fuori dalla destra, come diceva Foucault “ciò che io dico non è esattamente ciò che io penso, ma è frequentemente quello che mi chiedo se non potrebbe essere pensato”. Per questo lo scatto di automatica superiorità morale che in queste ore ci stiamo spalmando addosso come un balsamo, noi siamo buoni e civili, quello è il volto del male,  loro sono il clintoniano basket of miserables, come in America dopo ogni strage in un campus, temo non ci porti lontano. Ovviamente si, è vero. Traini è un criminale, probabilmente corto di cervello, certo intossicato di propaganda e di paure. Salvini e Meloni (ma allora di volta in volta anche Casaleggio senior, Grillo, Di Maio e Minniti) agitano e rimestano nel calderone del maleficio che sta sobbollendo da anni. Dalla strage di Castel Volturno, agli spari contro i senegalesi di Firenze, agli sgomberi di Piazza Indipendenza a Roma, cui si oppongono dall’altra parte le picconate di Kabobo o il massacro di Pamela Mastropiero. Ovviamente è tutto vero. Ma abbiamo scelto un terreno di scontro facile, elementare, viscerale e, la storia insegna, sostanzialmente inutile. Penultimi che scalciano gli ultimi, ultimi che si abbrancano ai penultimi, sulla scaletta che porta su dalla allagata terza classe del Titanic, verso il ponte. Quando l’acqua sale, la ragione si inabissa. Se non si contesta la rotta della nave, se non si critica il capitano per la folle velocità della corsa, se nessuno ha soprattutto pensato al numero delle scialuppe, nessuno può dirsi estraneo alla catastrofe morale che segue, e seguirà, quella materiale