Sto attraversando questa campagna elettorale all’interno di una vera e profonda sofferenza. Non penso alla massa davvero inusitata delle promesse elettorali, no: ne provo una gran pena ma non sofferenza. E fra le due parole ci corre una bella differenza. E la differenza si materializza quando, oltre che soffrirne percepisco pure una voglia insana di menare le mani. Prego Dio che me le trattenga, e così pure faccia con tutti gli incazzati.

Mi riferisco all’utilizzo spietato smodato nonché colpevole della parola ‘lavoro’. Un insulto alla ragione. Mettiamola così: a me sembra che la parola ‘lavoro’ trascini anche il concetto del ‘procurarsi il lavoro’. Il lavoro non è pioggia che cade dal cielo, e poiché comporta anche fatica, gli esseri umani, che proprio scemi non sono, cercano di sobbarcarsene la minor quantità possibile, in relazione agli obiettivi di vita che ciascuno di noi possiede. Agli albori dell’umanità ‘lavoro’ era soltanto quello di procurarsi il cibo: oggi credo che siano ben pochi gli umani che lavorano solo per quello. Dal ‘lavoro’ ci si attende qualcosa di più, e talvolta pure qualcosa di molto di più: ormai si lavora per esigenze di necessità e anche di desideri, più o meno indispensabili.

La fase successiva vide che si potevano esaudire le necessità/desideri mediante il metodo degli scambi: tu dai una cosa che a me necessita e io do a te una cosa che a te necessita. Era già una gran conquista ma si vide che in fondo era pure limitativa, e si ricorse all’adozione della moneta per facilitare queste attività. Il problema fu che man mano crescevano i desideri, sia quelli sostanziali che quelli superflui. Intervenne l’arte della produzione di beni e servizi e dilagò su tutto il pianeta. Ma accadde pure un’altra cosa, fondamentale: si scoprì il trucco del ’debito’. Non solo: a fianco di questo trucco ne nacque un altro potentissimo: quello della ‘finanza’.

Si giunse alla stura dei desideri. Tutto poteva essere desiderato: bastava, col lavoro, procurarselo. Nel trentennio finale del secolo scorso, in fondo all’insaputa di tutti, accadde un fenomeno che ci fece credere che avevamo (almeno noi ‘Paesi evoluti’) raggiunto l’apoteosi del benessere. Bretton-Woods, 15 agosto 1971: Nixon, iugulato da una grossa (e voluta) crisi finanziaria Usa dovuta alla guerra col Vietnam, sciolse il legame ‘dollaro/oro’ e sia gli Usa che tutti i Paesi ‘evoluti dollar-based’ si misero a stampare cartamoneta a gogo. Scattò il meccanismo ‘finanza’ che, se da un lato scatenò l’ebbrezza di poter avere a debito, dall’altro aprì il mondo alla sciagurata prassi delle ’bolle’. Si tratta di fenomeni di taglio apocalittico: ora, fra l’altro, si assiste pure al fenomeno dell’intreccio mostruoso di ‘bolle’ di natura diversa: finanziaria, edile, petrolifera, ecc.

Ora abbiamo capito che il cosiddetto ‘benessere’ di cui abbiamo goduto era basato su un sottile marchingegno: poiché la ‘domanda’ di beni e servizi era scarsa, essa fu integrata con l’artificio di introdurre strumenti finanziari: in fondo dei sonori e colossali ‘pagherò’. Oggi questo strumento vive una bella crisi, la ‘finanza’ ha esagerato, sono scoppiate ovunque ‘bolle’: avere credito è più difficile, la povertà è cresciuta, il futuro è più fosco. Il mondo degli ‘economisti’, quelli che dovrebbero inventare il modo di tirarci fuori da questa melma, oggi fa bellamente della pura ‘cavitazione’. L’elica gira vorticosa, ma la barca non si sposta.

A mio avviso – chiedo scusa se manifesto tanto ardire – o qualcuno di questi ‘economisti’ riesce a uscire dagli schemi e formula qualcosa con fresca fantasia oppure la situazione mondiale non cambierà certo a breve, a meno di sussulti giganteschi e straordinari (guerre, pestilenze, ecc.ecc.). Dio ce ne scampi e liberi. Fosse vero che – tesi dei cosiddetti ‘sovranisti’ – basta riprendere a stampare moneta e tutto ricomincia. Mi sono sempre chiesto come mai questi ‘stupidissimi’ Paesi africani, il Venezuela, l‘Argentina, ecc. non riprendono a stampare moneta per risolvere i loro problemi. Quando poi scendiamo a vedere come in Italia, in questo amato ma sciagurato Paese, si cerchi di affrontare il problema, a me cascano le braccia.

Accendi la tv e senti quello del Pd che dice che adesso bisogna essere concreti e parlare di lavoro, di sanità, di povertà, ecc. Non parliamo della destra berlusconiana, che da ventiquattro anni a questa parte ciancia di ricette miracolose. Sì, forse per MEDIASET. Poi c’è chi tenta di sviare i discorsi indicando falsi bersagli: l’immigrazione, la criminalità, i rom, l’Euro, ecc.

Spesso queste affermazioni vengono da personaggi giovani, che non hanno mai assaggiato la sferza del lavoro. Fra loro ci sono persone di valore: ma la maggioranza suona come una massa di spudorati imbonitori. No, così non ci siamo. Dobbiamo intervenire con idee nuove, fresche: quanto meno adatte alla realtà italiana. E rifuggire dallo spaventoso bla bla del politichese svergognato. Urgono fantasie nuove.