“Tutto saltato. Le vaschette sono piene di merda. Ieri non era così”. “Eh ma è impressionante”. “Vanno nel fiume… l’ira di Dio insomma”. Sversavano liquami, senza effettuare alcun tipo di trattamento depurativo, direttamente nel fiume Crati. Per questo motivo, i carabinieri forestali del gruppo di Cosenza hanno sequestrato il depuratore consortile “Valle Crati” di Rende. L’operazione “Cloaca maxima” è scattata all’alba quando, oltre ai sigilli all’impianto di depurazione, la Procura di Cosenza e i carabinieri hanno eseguito misure cautelari nei confronti di dirigenti ed amministratori della società che ha in gestione l’impianto.

Su richiesta del procuratore Mario Spagnolo, infatti, il gip ha emesso l’ordinanza nei confronti di alcuni operai del depuratore, del loro coordinatore Dionigi Fiorita (obbligo di presentazione) e del direttore dell’impianto Vincenzo Cerrone nei confronti del quale è stata eseguita la misura interdittiva per 12 mesi di esercitare direzione tecnica di persone giuridiche e imprese. I sei indagati dovranno rispondere del reto di inquinamento ambientale. L’inchiesta condotta dal Nucleo investigativo dei carabinieri forestali di Cosenza è partita dopo un esposto presentato in Procura.

Grazie alle intercettazioni telefoniche e alle telecamere piazzate all’interno e all’esterno del depuratore, gli inquirenti sono riusciti ad accertare come gli indagati, dipendenti della Geko Spa, azionavano dei bypass (uno generale in testa all’impianto e uno posto a monte della sezione ossidativa), in modo tale che le acque non venissero depurate. In questo modo scaricavano illegalmente un ingente quantitativo di liquami direttamente nel fiume Crati. Tutto secondo direttive che venivano impartite dai superiori agli operai.

Stando alle verifiche effettuate dalla Procura, “lo sversamento ha provocato una compromissione e un deterioramento, significativo e misurabile, delle acque del fiume Crati e del relativo ecosistema alterandone composizione chimica, fisica e batteriologica nonché l’aspetto e l’odore”. Una volta comunicato agli operai l’ordine di azionare il bypass, infatti, i carabinieri eseguivano i controlli a valle in modo tale da provare l’inquinamento del fiume in concomitanza con le intercettazioni registrate nel corso dell’indagine. “Preparate l’impianto che ci sono visite”. Era il contrordine ricevuto dagli operai quando, invece, venivano effettuati alcuni controlli. In quelle occasioni, infatti, veniva nascosta la modalità illecita della gestione del depuratore, simulando il normale funzionamento della linea depurativa. 

“Torniamo all’assetto di prima”. Andati via i carabinieri e terminata l’ispezione, erano i dirigenti che incaricavano gli operai indagati di azionare di nuovo il sistema illecito per ritornare a scaricare direttamente nel fiume consapevoli che alcune sostanze non fossero in linea con i valori tabellari previsti dalla normativa. Operai e dirigenti del depuratore, inoltre, avrebbero falsificato gli esiti delle analisi inviate alla Provincia di Cosenza. Secondo gli inquirenti, “la compromissione ambientale è stata confermata dai dati dell’Arpacal che evidenziano come il livello di escherichia coli nel punto di sversamento è superiore di quasi cento volte rispetto a quello misurato più a monte”. Sono molto alti anche i paramenti relativi all’azoto ammoniacale, tensioattivi anionici B.O.D. e C.O.D.

“Abbiamo fatto un salto qualitativo – commenta il procuratore capo di Cosenza Mario Spagnolo – nelle indagini in materia ambientale. Abbiamo utilizzato riprese audio-video, intercettazioni e interventi tecnici di analisi. Grazie alla professionalità dei carabinieri forestali è stato possibile stabilire con certezza che l’impianto, che doveva servire per depurare i reflui, era invece un mezzo attraverso il quale si inquinavano le acque dei fiumi. È un dato incontrovertibile e per questo il sequestro eseguito è blindato. L’indagine, comunque, prosegue al fine d’individuare ulteriori e diverse responsabilità”. Il procuratore non lo dice espressamente ma, se da una parte non ci sono dubbi che il fiume Crati è stato inquinato da chi gestiva il depuratore di Rende, dall’altra la seconda parte dell’inchiesta “Cloaca Maxima” potrebbe svelare i retroscena per i quali dirigenti e operai della Geko Spa azionavano i bypass dell’impianto che, così, appariva sottodimensionato rispetto alle necessità del territorio. E sullo sfondo spuntano i 35 milioni di finanziamento del Cipe per l’ampliamento del depuratore. Un project financing che oggi fortunatamente non esiste più, ma che poteva subire un’accelerazione se l’impianto avesse funzionato male.