Non avevo mai riflettuto su uno dei cambiamenti più radicali della Terra avvenuto dal dopoguerra in poi, la crescita esponenziale dell’illuminazione artificiale del pianeta. Né sull’impatto della luce artificiale sulla nostra vita. Due allievi di un tempo, che ora seguono percorsi professionali diversi in sedi lontane tra loro, mi hanno aperto gli occhi per primi; e fatto riflettere sull’importanza del fenomeno, forse un po’ trascurato di fronte alle altre tipologie di inquinamento più visibili – scusate il bisticcio – perché di grande e immediato impatto sanitario ed emotivo.

La prima osservazione che mi colse del tutto impreparato riguarda da vicino la mia materia. C’è una relazione assai evidente tra reti idrografiche e aree inondabili del pianeta, da un lato, e luminosità artificiale, dall’altro (come si vede dalla prima figura del post).

E c’è anche una qualche relazione, seppure imperfetta, tra l’entità del danno alluvionale e la luminosità notturna, come hanno mostrato Alberto Montanari dell’Università di Bologna e i suoi coautori (come si vede dalla seconda figura del post). Insomma, coloro che sono sottoposti al maggior inquinamento luminoso sono anche quelli che sono esposti a un significativo rischio alluvionale. E ciò mi ha fatto riflettere sul ruolo della diffusione capillare dell’illuminazione artificiale, il primo dono che ci fece l’energia idroelettrica più di un secolo fa.

Nessuno dubita che l’oscurità abbia ispirato la paura. Gli uomini hanno perciò imparato a perforarla con il fuoco già 250mila anni fa. Radunarsi e sfamarsi intorno al fuoco con gli altri nostri simili ci ha resi umani. E nel corso del tempo, l’ingegno umano ha escogitato modi sempre più efficaci per combattere l’oscurità, dalle candele di cera, alle lampade a olio e alle luci a gas fino alle lampadine elettriche. Oggi le fonti luminose alimentate dall’elettricità hanno colonizzato quasi tutto il globo: oltre il 60% del mondo e quasi il 99% degli Stati Uniti e dell’Europa, ora vive sotto un cielo color seppia contaminato dalla luce.

Non va però trascurato neppure il fascino dell’oscurità, specialmente la sua connessione con il sonno, che ha radici molto remote. Un antico testo indiano, il Mandukya Upanishad, parla di uno stato di coscienza chiamato turiya (quarto stato) che si verifica solo nelle tenebre più profonde della mezzanotte e trascende le altre tre fasi del sonno: la veglia, il sonno onirico e quello leggero. Anche altre culture riferiscono qualcosa di simile, dalla preghiera notturna dei certosini al Tahajjud, la preghiera islamica notturna, al Tikkun Chatzot, la preghiera ebraica di riparazione da recitare dopo la mezzanotte. Una notte davvero buia è però diventata merce rara, grazie all’invasione dell’oscurità da parte dell’illuminazione artificiale. E, come suggerisce Paul Bogard in The end of night, varrebbe forse la pena di recuperare la nostra consapevolezza del cielo notturno, straordinariamente primitivo e selvaggiamente oscuro, che ha influenzato l’esperienza umana in tutti le sue sfaccettature, dalla scienza all’arte.

Un’altra iniziativa mi ha perciò colpito, inventata questa volta da Andrea Giacomelli e sviluppata con spirito olistico sul sito Pibinko.org, ancorché supportata dalla scienza moderna: la BuioMetria partecipativa. Si tratta di una iniziativa di monitoraggio dell’inquinamento luminoso avviata in Val di Farma nel 2008 e diffusa su scala internazionale, con cui è possibile svolgere misure di qualità del cielo notturno. Un progetto di monitoraggio partecipato dell’inquinamento luminoso che coniuga aspetti di sensibilizzazione, raccolta dati e promozione di “zone buie” con cieli notturni di buona qualità. E promuove luoghi dimenticati di enorme fascino del nostro paese.

Mentre la luce di notte è benvenuta, spesso è troppa e, nel cancellare l’oscurità, perdiamo in bellezza. Un poeta urdu di fine Ottocento, Akbar Allahabadi, scrisse un distico formidabile sulla lampada elettrica: “Dio salvi i nostri occhi dalla lampada elettrica / L’oscurità s’illumina ma porta via il bagliore”. Intendeva l’emozione intensa che provoca un bagliore nel buio della notte. E Bill McKibben, autore trent’anni fa di un libro di successo, La fine della natura, ha scritto che “le cose più preziose del mondo moderno sono probabilmente il silenzio, la solitudine e l’oscurità”.