Crotone-Cagliari è stata la dimostrazione che anche uno strumento buono e giusto come la tecnologia, diventa inutile (o addirittura nocivo) senza la persona giusta a utilizzarla. È la metafora di tutto il nostro calcio: sport nazionale, prima industria del Paese, storica tradizione italiana, completamente allo sbando per mancanza di persone capaci. Proprio come la Var.

Dall’inizio dell’anno, ieri la moviola in campo ha toccato il punto più basso della sua breve (e speriamo ancora lunga: settimana dopo settimana si rinforza la schiera dei restauratori) storia. A Cagliari, Tagliavento ha annullato in maniera del tutto arbitraria, senza nemmeno l’ombra di un pretesto comprensibile, il gol della vittoria del Crotone. Roba da ufficio indagini o sospensione immediata dell’arbitro, fate voi. Ma non è stato l’unico svarione di giornata: il Milan ha battuto la Lazio con un gol di braccio di Cutrone di cui nessuno incredibilmente si è accorto. Pure il Napoli ha piegato la resistenza del Bologna grazie a un rigorino generoso, ammissibile a velocità normale ma non certo davanti al replay.

È curioso che tutto ciò avvenga proprio nel momento di maggiore anarchia del pallone, che oggi a Fiumicino si riunisce per scegliere (o almeno provare a farlo) il nuovo presidente della Figc. Forse è un caso, forse no. Il nostro calcio è allo sbando totale. Da nove mesi senza i vertici della Lega, che passa da un commissariamento all’altro e si rifiuta persino di applicare il basilare principio della maggioranza semplice stabilito dal Coni, per paura reciproca di Lotito e Agnelli che le rispettive fazioni possano prendere il sopravvento. La nazionale non si è qualificata per la prima volta ai Mondiali e questo ha portato alle dimissioni forzate di Carlo Tavecchio, senza la minima alternativa credibile a disposizione. Persino Sky e Mediaset hanno scaricato la Serie A, che ora si ritrova costretta a farsi un suo canale per non perdere il miliardo dei diritti tv che manda avanti in tutto il carrozzone.

Il sistema è vicino al collasso, servirebbe una svolta seria guidata da uomini capaci e trasparenti. Invece la FederCalcio arriva al voto decisivo più spaccata che mai, con tre candidati che non entusiasmano, per usare un eufemismo: Damiano Tommasi, il presunto volto del cambiamento, è un ex calciatore che da quasi 10 anni fa il sindacalista in Federazione, e il massimo che è riuscito a fare è stato non presentarsi ai consigli federali dell’ultimo anno e mezzo in segno di protesta. Cosimo Sibilia è senatore di Forza Italia, oggi forse più preoccupato dalla ricandidatura al Senato che dall’esito delle elezioni. Gabriele Gravina viene dalla Lega Pro dei mille fallimenti, parte da tanto tempo (forse troppo?) del sistema per rappresentare la rifondazione. In settimane di trattative (più sulle poltrone che sui contenuti) non si è trovato nessun accordo: soltanto nelle urne scopriremo chi sarà il nuovo presidente, che avrà quasi sicuramente una maggioranza debole e sulla testa la spada di Damocle del commissariamento da parte del Coni di Giovanni Malagò.

In questo caos, non c’è da meravigliarsi di ciò che accade in campo. Le due cose ovviamente non sono legate in maniera diretta, ma fino a un certo punto. Ad oggi, il calcio italiano non ha neppure un presidente che si alzi il lunedì mattina per dire che no, non è la Var ad aver sbagliato, solo Tagliavento ad essere un incompetente che da troppi anni fa il protagonista in Serie A. Che la tecnologia non si tocca e gli arbitri devono tornare allo spirito di inizio campionato, quando applicavano lo strumento senza pensare a chi stanno arbitrando. Invece nulla. Prima almeno c’era Tavecchio che col suo italiano mangereccio, di poche parole e immagini espressive, almeno una presenza forte, discutibile ma forte, la assicurava. Ora nemmeno quello. Solo silenzio. E caos. Il calcio italiano si dia una mossa e decida il suo futuro. Ma faccia presto: di questo passo impazzirà anche la tecnologia.

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