In un un sondaggio Gallup/Knight Foundation del gennaio 2018, solo il 33 per cento degli americani afferma di avere un’opinione favorevole dei media. I democratici credono ai giornalisti più dei repubblicani: il 54 contro il 15 per cento. Il sondaggio rivela scarsa fiducia nella stampa ma non nel senso generale del mestiere: otto americani su dieci pensano che i media abbiano un ruolo fondamentale nell’informare e controllare il potere. Nell’insieme, il sondaggio è il segno di un triste declino. Nel 1976, il 72 per cento degli americani era soddisfatto del modo in cui veniva informato. C’erano stati il Watergate e i Pentagon Papers e i giornalisti venivano tenuti in grande considerazione. Al cinema avevano il volto di Robert Redford e Dustin Hoffman e in tv erano celebrati da serie come “Lou Grant”.

“In God We Trust”, è il motto degli Stati Uniti, ma sembra che la fiducia, per chi ce l’ha, sia sempre più limitata a Dio. Non c’è istituzione Usa che in questi anni non abbia conosciuto un drammatico crollo di prestigio. Casa Bianca, Congresso, partiti, giudici, praticamente ogni settore della vita pubblica americana è stato investito dal malessere di un’opinione pubblica sempre più confusa e incerta, sempre meno disponibile a riconoscere la buona fede dei propri rappresentanti. Da questo punto di vista, la stampa e i media non fanno eccezione; travolti, anche loro, dalla generale diffidenza. Sia ben chiaro: l’immagine di una stampa americana libera, indipendente, coraggiosa, è in gran parte una costruzione retorica (che risale proprio agli anni del Watergate). Durante la prima guerra mondiale, il “Committee on Public Information”, diretto dal giornalista George Creel, sponsorizzò 75mila oratori che alimentarono patriottismo e odio verso il nemico tedesco (si diceva che l’esercito del Kaiser usasse i cadaveri per farci il sapone). Per tutta la seconda guerra mondiale l’apparato propagandistico e il controllo delle informazioni funzionò a pieno regime: la reale entità dell’attacco a Pearl Harbour venne tenuta nascosta e agli americani fu detto che l’esercito aveva perso una sola corazzata (in realtà erano cinque le corazzate e sei gli incrociatori distrutti, oltre a 2344 uomini uccisi). Lo stesso Watergate, più che il risultato dello sforzo omerico di due coraggiosi giornalisti, fu l’esito finale di una crisi costituzionale profonda. E in tante altre occasioni – dalla trasformazione di Saddam Hussein in “nuovo Hitler” nella prima guerra del Golfo all’accettazione delle veline del Dipartimento di Stato di Madeleine Albright ai tempi dell’ex Yugoslavia – la stampa americana ha spalleggiato e si è inchinata al potere politico.

Casa Bianca, Congresso, partiti, giudici, praticamente ogni settore della vita pubblica americana è stato investito dal malessere di un’opinione pubblica sempre più confusa e incerta

Il controllo del dominio simbolico, soprattutto nei tempi di crisi, è del resto fondamentale, e la politica americana si è sempre servita della stampa per controllare simboli e messaggi. Il fenomeno di disaffezione cui stiamo assistendo oggi ha però qualcosa di nuovo e diverso. Non si tratta più soltanto del tentativo, più o meno riuscito, di assoggettare la stampa alla politica. O almeno, non si tratta soltanto di questo. Oggi è in gioco il ruolo stesso della stampa, la sua credibilità e la sua ragione d’essere. Le ragioni di questa perdita di senso sono tante. Per esempio, la progressiva polarizzazione del panorama politico e civile, sempre più spaccato tra democratici e repubblicani, progressisti e conservatori, città e campagne, coste e interno, borghesia urbana e working class, bianchi e altri gruppi etnici. L’America è un melting pot in crisi, in cui comunità e gruppi si chiudono in se stessi, in cui l’assenza di comunicazione è sempre più marcata, in cui la diffidenza regna sovrana e coinvolge inevitabilmente anche la stampa. C’è poi lo sviluppo della Rete, che rende il confine tra informazione e manipolazione sempre più vago. Dopo la valanga di notizie incontrollate alle presidenziali 2016, Facebook e Google si sono trovati costretti a fissare standard di controllo più rigorosi. L’esplosione di fake news, la moltiplicazione dei punti di vista, il labirinto di numeri e fatti che la Rete rende possibile hanno un’inevitabile ricaduta sulla credibilità dell’informazione complessiva.

La via crucis imboccata dalla stampa americana è però anche costellata di errori e clamorosi autogol. Un momento fondamentale di questo percorso è stato sicuramente l’11 settembre. Il furore patriottico esploso dopo gli attentati rese impossibile qualsiasi tipo di critica. Il Congresso diede pieni poteri di guerra a George W. Bush; il Congresso autorizzò una legge fortemente limitativa delle libertà civili come il Patriot Act (con il solo voto contrario, al Senato, di Russ Feingold). Chi osò obiettare finì travolto da improperi e accuse – come per esempio il comico Bill Maher, che rifiutò di chiamare i terroristi “codardi”. “Siamo noi i codardi, che lanciamo missili da duemila miglia”, disse Maher, prima di vedersi cancellare il suo show televisivo. La stampa, semplicemente, si adattò. Il patriottismo diventò più importante della verità. Abbiamo tutti davanti agli occhi le immagini di decine di giornalisti nella war room, cui i generali mostrano i portenti di missili intelligenti che non provocavano morti tra i civili. In Afghanistan, come in Iraq, massacri e crimini di guerra vennero costantemente nascosti o sottostimati. Il bombardamento Usa sul villaggio di Niazi Kala, il 30 dicembre 2001, causò 107 vittime civili e per giorni i lettori di New York Times e Washington Post non ne seppero nulla. La propaganda dell’amministrazione Bush sulle armi di distruzione di massa in Iraq e sull’acquisto di uranio in Niger venne fatta propria e rilanciata da gran parte dei media e fu strumentale alla creazione di un clima di terrore di massa (Judith Miller del “New York Times” scrisse decine di articoli confezionati con l’aiuto delle veline dell’intelligence Usa). Del resto, come riportato in un manuale preparato dal generale David Petraeus per i militari Usa, la guerra si è trasformata in “una guerra di percezione… combattuta usando continuamente i media”. Chelsea Manning, finita in galera per aver rivelato a Wikileaks migliaia di segreti dell’esercito a stelle e strisce, ha scritto che nel 2008 “c’erano soltanto 13 giornalisti embedded in Iraq, in un Paese di 31 milioni di persone e con 117mila soldati americani”. Come raccontare allora la realtà, e quale realtà raccontare, in queste condizioni e con questi mezzi?

La situazione generale è ormai segnata da una estrema polarizzazione di opinioni e attitudini

Ogni generalizzazione, ovviamente, è parziale e in un certo senso fuorviante. Anche durante la “war on terror” ci furono straordinari giornalisti che fecero bene e con coraggio il loro mestiere (alcuni nomi: Barton Gellman e Dana Milbank del Washington Post, David Sanger e William Broad del New York Times, Dafna Linzer di Associated Press). Nell’insieme, però, il patriottismo esasperato creato dall’attacco al suolo americano si è tradotto in una forte soggezione della stampa e in una disastrosa perdita di credibilità di media e giornalisti. Negli anni successivi, inevitabilmente, le cose sono cambiate. La stanchezza per i costi umani ed economici delle guerre, l’emersione di un forte movimento pacifista, l’irrompere della crisi finanziaria hanno cambiato gli equilibri politici e creato nuovi spazi di critica, protesta, opposizione. La stampa, che raramente anticipa gli eventi ma che di solito li segue e accompagna, ha beneficiato delle nuove possibilità. E allora sono arrivate le rivelazioni sui siti di detenzione segreta della Cia, sulla rete di intercettazioni e raccolta dati della Nsa, fino ai più recenti casi di Wikileaks e dei Panama Papers. Al tempo stesso, i media hanno inevitabilmente risentito della situazione generale. E la situazione generale, come si diceva, è ormai segnata da una estrema polarizzazione di opinioni e attitudini. Una ricerca del “Pew Research Center” dell’ottobre 2014 mostra che la grande maggioranza di coloro che si definiscono “decisamente conservatori” si informa attraverso Fox News e la rete di radio e tv locali (di solito altrettanto conservatrici). Chi si definisce “decisamente liberal” si rivolge invece a CNN, NPR, MSNBC, il “New York Times”. La spaccatura riflette la paralisi legislativa di questi anni e si innesta sulla nascita di decine di imprese editoriali sorte in Rete, che hanno avuto un ruolo importante nell’allentarsi degli standard giornalistici e nella diffusione delle fake news. Questo riguarda, soprattutto, le sigle più conservatrici. Basti pensare a “Breitbart News” o “Drudge Report”, generosi nel rilanciare notizie sulla nascita in Kenya di Barack Obama, su folle di musulmani pronti a conquistare l’Europa al grido di “Allah Akhbar” o su migranti ispanici impegnati a incendiare la California.

Mai come oggi, infatti, i media americani sembrano capaci di fare da “cani da guardia” e inchiodare alle sue responsabilità la nuova amministrazione e il presidente

Con questo siamo arrivati ai giorni nostri e, ovviamente, a Donald Trump. Uno sguardo rapido sugli ultimi mesi dovrebbe produrre un certo ottimismo. Mai come oggi, infatti, i media americani sembrano capaci di fare da “cani da guardia” e inchiodare alle sue responsabilità la nuova amministrazione e il presidente. La realtà non è però così lineare. La crisi istituzionale che ormai da anni percorre il sistema americano si riflette sui media e produce confusione. Ci sono i social e i problemi economici di molte testate e la trasformazione del lavoro giornalistico e le oltre duemila menzogne rilanciate dal presidente in un anno di governo e la dissoluzione del concetto di “verità” e tutto il resto. Per trovare un po’ di pace si deve andare al cinema per film come “The Post” che raccontano la storia rassicurante del vecchio giornalismo che combatte e trionfa. La realtà 2018 è un po’ meno rassicurante e cosa ci sia al termine di questi anni di “fuoco e di furia” è difficile dire.